Se ritornano le caravelle

di Raniero La Valle

È molto importante capire, dagli ultimi avvenimenti, che la lotta non è più politica, ma culturale; pretendere di cambiare l’art. 41 della Costituzione (economia e suoi fini sociali) significa voler  rovesciare una cultura, non cambiare politica. Rispetto a questo passaggio tutti i soggetti, dai partiti, ai sindacati, alla Chiesa, devono ridefinire la propria posizione, che non è affatto adeguata a questa nuova qualità della lotta.

Il tema è ormai quello della risposta da dare alla cattiva globalizzazione (contro cui invano avevano combattuto i “no global”) che sta giungendo ora a una sorta di nemesi: i Paesi ricchi, che dovevano diventare ancora più ricchi espandendo il loro imperialismo senza limiti in tutto il mondo, si stanno impoverendo; le multinazionali che avevano delocalizzato le loro fabbriche per andare ad approfittare dei salari di fame e del lavoro sfruttato della Moldavia o del Bangladesh, tornano a casa, ma vogliono che le condizioni del Bangladesh si riproducano in patria; le caravelle di Cristoforo Colombo che erano andate a portare civiltà, diritto e giustizia oltremare, tornano indietro recando la notizia che, a missione compiuta, l’assoggettamento di tutto il mondo al denaro e alla ricchezza richiede che ai diritti, alla giustizia e alla civiltà si rinunzi anche in quello che fu l’Occidente; fallito il progetto dello scontro di religioni, i grandi poteri economici e politici, come dicono i promotori del dialogo cristiano-islamico, cercano di ridurre Islam e cristianesimo a loro “semplici appendici”; intanto, come lugubre metafora di ciò che sta accadendo, l’oro nero, cioè la merce più apprezzata e remunerativa del Mercato globale, sgorga inarginato irraggiungibile e improduttivo dal fondo dell’oceano portando devastazione nella natura, morte agli animali e suicidi e disperazione tra gli uomini.

Come si risponde a tutto ciò, è un problema culturale, o per meglio dire, è un problema di cultura politica, assolutamente fuori della portata della politica senza cultura oggi vigente da noi. Aggregare tutti gli egoismi in un’unica grande alleanza con cui mantenere a tutti i costi il potere, come tutte le volte che non è stata sconfitta ha fatto la destra italiana, non è una risposta. Proclamare il verbo del “si salvi chi può”, scatenando la guerra tra i poveri, non è una risposta. Ritagliare un’area di benessere in cui accumulare e trattenere denaro e privilegi, rompendo l’unità fiscale dello Stato, e aizzando dieci milioni di padani a scendere in campo per difenderli, non è una risposta; distruggere ogni articolazione sociale, imponendo agli operai una specie di giuramento antimodernista di incondizionata obbedienza a padroni benefici che portano in dono il lavoro, come i re Magi, non è una risposta; salvarsi con l’8 per mille, col sovrappiù di un continuo travaso di soldi pubblici ad imprese religiose, non è una risposta.

E infatti i vecchi equilibri politici si stanno spezzando. Nella coalizione di governo siamo ormai ben oltre le punture di spillo e i mal di pancia. Fini ha alzato il livello dello scontro, ponendo come ragione di conflitto un tema supremo, dirimente, su cui la destra populista non può restare insieme: l’unità nazionale non si tocca, ha detto, la Padania è un’invenzione. Se la Padania è un’invenzione, è un’invenzione la Lega. Il pilastro del governo crolla, nella sua furia Bossi evoca il vero spettro che c’è dietro la figura politicistica e anti-ideologica dell’Italia bipolare: c’è la figura di due Italie messe in conflitto e spinte a una resa dei conti tra loro, fino a negarsi violentemente l’un l’altra. Il capo del governo, che è un animale politico (non nel senso aristotelico) ha subito fiutato il pericolo della disgregazione e sfidando Fini e Napolitano ha raddoppiato la posta pretendendo il varo della legge sulle intercettazioni entro l’estate. E ciò con l’idea di ristabilire nel suo schieramento l’omertà rotta dal presidente della Camera (su una legge, poi, che promette nuove impunità al sistema politico), oppure di finire la legislatura in attacco giocandosi tutto in una nuova prova del fuoco elettorale, supposta a lui congeniale. L’eterno ritorno del passato.

Per uscirne, occorre non cercare di ritagliarsi una nicchia, del resto inesistente, in questo disastro. Occorre invece contrapporsi alla cultura della decadenza, rimettere in discussione i fatti compiuti (perché sono compiuti da noi, non sono un destino); guai se la globalizzazione dovesse definitivamente significare null’altro che stabilire un sistema di vasi comunicanti, in cui si perdano le differenze e in cui il livellamento di salari, di opportunità, di tutele, di saperi, avvenga verso il basso. Occorre invece riprendere i grandi filoni delle culture del Novecento, abbandonati o traditi: le Costituzioni, il Concilio, la cultura dei diritti, l’eguaglianza, la liberazione dei popoli, l’internazionalismo, la pace, e rimettere mano a costruire la casa. Allora la democrazia tornerebbe a prendere senso, i partiti tornerebbero a rappresentare la ricchezza delle tradizioni e del pluralismo politico, e la Chiesa tornerebbe a dire (e soprattutto a far ascoltare) parole di vita.

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