Obama e Christina

di Raniero La Valle (pubblicato su “Rocca”)

Concludendo un suo famoso discorso nel 1951 su “Funzioni e ordinamento dello Stato moderno”, Giuseppe Dossetti citò la lettera di San Paolo ai Romani, e disse che lì l’apostolo, parlando dei governanti che esigono i tributi, non li chiamò “ministri” (diaconoi), ma “liturghi di Dio”, come a dire che quando l’autorità politica chiede il contributo materiale degli uni per sovvenire alle esigenze degli altri e di tutta la comunità politica (che sarebbe il “bene comune”), è come se lo facesse in nome di Dio.
Io non ho mai conosciuto dei capi politici che potessero essere chiamati “liturghi di Dio”, forse nemmeno un sindaco santo come Giorgio La Pira.
Ma l’espressione mi è tornata in mente quando ho letto il discorso che Barak Obama ha pronunciato il 12 gennaio a Tucson, in Arizona, interpretando il lutto della nazione per la strage compiuta da un uomo che follemente, per impedire un comizio della deputata democratica Gabrielle Giffords, ha ferito in modo grave lei e ucciso sei persone.
In effetti Obama ha officiato una perfetta liturgia di memoria, di pentimento e di riconciliazione, e le sue parole sono state da tutti apprezzate, anche dai giornali più esigenti e dagli stessi avversari politici, a cominciare dal repubblicano John Mc Cain che aveva duramente combattuto contro di lui come candidato alla Casa Bianca nelle ultime elezioni presidenziali.

Il discorso è piaciuto perché è stato un discorso cristiano: non certo per il richiamo a stereotipi religiosi come spesso accade nell’oratoria politica americana e in quella dei fautori, atei e credenti, della religione civile, ma nella sua sostanza più profonda.
Il presidente americano si è chiesto, con la Bibbia, da dove venga il male, ma ha evitato risposte di maniera, per dire semplicemente che non lo sappiamo; proprio davanti a tragedie come questa, quando “fa parte della nostra natura chiederci delle spiegazioni, cercare di mettere un po’ d’ordine nel caos e trovare un senso a qualcosa che non sembra avere alcun senso”, dobbiamo ammettere che c’è qualcosa che non si può arrivare a capire.
“Usando le parole di Giobbe: Aspettavo la luce ed è venuto il buio”; le cose terribili accadono, semplicemente, ha detto Obama.
In effetti il cristiano sa bene che c’è un mistero del male, sa che esso nasce dal cuore e dalla libertà dell’uomo, si sforza di rintracciarne le motivazioni, gli effetti e le cause, per poterlo scongiurare, ma sa che c’è un suo disvelamento che gli resta precluso. Applicato alla politica, ciò significa che non basta il potere per padroneggiare il male, per dominarlo, per darne ragione.
Dopo l’attacco alle Torri gemelle dell’11 settembre, Bush credette di sapere già tutto, di conoscere il nome, il volto del Nemico, di poterlo schiacciare, di poter opporre a quel male piombato nella vita e nella storia dell’America una giustizia infinita e una guerra perpetua.
E la tragedia si moltiplicò in altre tragedie.
Ora Obama dice agli americani: cerchiamo pure i colpevoli, prendiamocela con le nostre leggi sulle armi e con l’inadeguatezza del nostro sistema sanitario nel curare la malattia mentale, e traiamo da tutto ciò insegnamenti per il futuro e linee di governo. Ma quello che non possiamo fare è di metterci al di sopra di questa tragedia, di impadronircene per farne “un’ulteriore occasione di metterci l’uno contro l’altro tra reciproche accuse”.
Di qui un pressante appello all’unità.

E qui il presidente americano ha fatto memoria di Christina Taylor Green, l’unica minorenne del gruppo delle vittime.
Un capo politico deve avere un’attenzione e una cura speciale per i minori, li deve custodire e difendere, perché sono la parte più debole della società e sono il futuro della nazione.
Obama ha fatto della più piccola vittima della strage, una bambina di 9 anni nata come per un presagio l’11 settembre 2001, una prova limite dell’assurdità del male e un emblema dell’America migliore. Secondo Obama già cominciava a essere consapevole della democrazia, era andata a sentire una deputata che poteva essere un modello di riferimento per lei, era stata eletta nel consiglio della sua scuola e “vedeva il fatto di mettersi al servizio degli altri come una cosa entusiasmante e incoraggiante”, e vedeva tutto ciò con i suoi occhi di bambina, immuni dal cinismo e dall’aggressività degli adulti.
Obama ha fondato su questa immagine il tipo di risposta che ha chiesto all’America: discutere in modo da guarire le ferite, non da provocarne altre, espandere la creatività morale, allineare i nostri valori con le nostre azioni, fare una società all’altezza delle aspettative dei minori.

Purtroppo Obama non piace ai vescovi americani. La sua vita è ineccepibile, la sua azione politica è lungimirante, e perciò braccata dagli interessi offesi. Ma non si fa dettare l’agenda delle priorità dai vescovi, e la sua riforma sanitaria è colpevole di non lasciare le donne che abortiscono all’addiaccio. Perciò la Chiesa non lo copre, non farebbe nulla per venirgli in aiuto e, nel suo caso, sarebbe ben contenta che cambiasse il governo.

Raniero La Valle

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