LA LIBERAZIONE È VICINA

di Raniero La Valle

“Alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”. L’antica parola profetica è quella che meglio esprime il senso di ciò che è avvenuto il 30 maggio, con i risultati della consultazione elettorale da Milano a Napoli, da Trieste a Cagliari, da Mantova ad Arcore. Si tratta forse di una parola sproporzionata rispetto a un evento politico, di per sé normale in una democrazia, nel quale non era in gioco il futuro del mondo, ma semplicemente la scelta di amministratori pro tempore di città e province?
No, non è sproporzionata  se proprio in questi termini sia Pisapia che De Magistris hanno definito il significato della loro vittoria: “Abbiamo liberato Milano”, “Napoli si è liberata, trasformando la sua indignazione in liberazione”; e non è inappropriata questa parola se la liberazione di una città non è principalmente quella dai nemici, ma è dalle culture che la corrompono, che la inducono all’egoismo e all’odio, che ne frantumano l’unità mettendo gli uni contro gli altri, che ne eccitano l’intolleranza e ne alimentano le paure. Non è eccessiva questa parola se si pensa che la liberazione è anche da se stessi, dalle chiusure dentro i propri interessi particolari, dall’acquiescenza ai poteri di turno, dalle troppo facilmente credute menzogne.

Ma in che senso, al di là delle città “liberate”, queste elezioni annunciano che per l’Italia stessa la liberazione è vicina?

La risposta sta nei grandi temi che sono stati coinvolti nella campagna elettorale. Perché non si è votato solo pro o contro Berlusconi (come peraltro lui stesso aveva chiesto), né solo per un sindaco o l’altro. Le scelte su cui è stato giocato il voto erano in un certo senso supreme; e se gli elettori avessero fatto le scelte peggiori, si sarebbe davvero potuto temere che l’Italia, nella sua identità, fosse perduta.

Si è chiesto un voto la cui unica o principale motivazione fosse l’anticomunismo. L’essere, o essere definito, comunista, doveva bastare a motivare un rigetto. Questo funzionò nel 1948 e nei primi lustri della Repubblica (mai però per le elezioni locali) ma con ben altre motivazioni; e se avesse funzionato anche oggi, la regressione culturale e politica del Paese sarebbe apparsa spaventosa.

Si è chiesto un voto contro i giudici, e proprio in quanto intenti alla funzione giudicante. Le Procure come le Brigate Rosse. Le procedure dei tribunali come esercizio di una dittatura dei giudici, di cui lamentarsi spettegolando confidenzialmente con Obama. Se questo appello fosse passato indenne per le urne, ne sarebbe risultata un’abiura da parte dei cittadini dello Stato di diritto.

Si è chiesto un voto contro i Rom, contro gli immigrati, contro i musulmani, contro la moschea a Milano. La Chiesa ambrosiana ha stupendamente risposto a queste pretese di interdizione: se fossero passate, povero cristianesimo, altro che rimozione dei crocefissi dalle scuole! Nessuno, per un voto in più, ha fatto marcia indietro su questo terreno: la pluralità delle culture e delle fedi, la libertà religiosa e di culto, l’accoglienza soprattutto dei più svantaggiati, l’eguaglianza di tutti, cittadini e stranieri, sedentari e nomadi, cristiani e non cristiani, un’eguaglianza antropologica prima ancora che giuridica, sono state rivendicate con coraggio e verità. Se le discriminazioni, l’ostracismo, le arroganze identitarie della Lega fossero stati premiati dal voto, non solo avremmo visto l’Italia ripudiare i principi fondamentali della sua Costituzione, ma anche arretrare rispetto alle grandi acquisizioni del Concilio Vaticano II che ha portato la stessa Chiesa fuori dalle nostalgie di una religione di Stato e dalle secche dell’esclusivismo confessionale e dell’intolleranza religiosa.

Si è chiesto ancora una volta un voto di scambio: il voto in cambio della cancellazione illegittima delle multe o della intoccabilità delle case abusive sottratte ad ogni regola edilizia. Se le urne avessero dato riscontro a queste promesse, la corruzione si sarebbe mostrata come la vera erede della politica in Italia.

Si è preteso che il lavoro non fosse un problema della città, quando la maggior parte dei cittadini e quasi tutti i giovani trovano nella disoccupazione, nel precariato, nello sfruttamento e nei progetti di vita negati, la contraddizione più radicale delle loro aspettative e dei loro sogni. Se le urne avessero avallato questa idea della città, indifferente alla povertà e al dolore dei suoi abitanti, ciò avrebbe significato l’ormai avvenuta rassegnazione della gente ad affidarsi al mercato come al solo padrone del suo destino.

La risposta delle urne ha così rivelato che la società italiana non ha perso la sua anima, che è ancora capace di essere umana e gentile, giusta e accogliente, gelosa della Costituzione e non ignara del Vangelo.

Così ha ridato ragione alla speranza. Di sicuro i poteri sconfitti, il leader umiliato, le politiche sconfessate cercheranno con ogni mezzo di resistere. Ma se questo è il Paese, si può pensare che la liberazione è vicina.

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