Inscrivere lo stato nella sussidiarietà. Non viceversa.

riceviamo da Giorgio Armillei e volentieri pubblichiamo

Si parla molto di sussidiarietà, spesso spacciandola per qualcosa di ormai acquisito. Diritto comunitario e riforma costituzionale del 2001 avrebbero già fatto il miracolo: ridurre l’invadenza dello stato e articolare sapientemente i pubblici poteri.
Lo sviluppo di una dinamica sussidiaria nella società italiana, prima ancora che nell’organizzazione dei pubblici poteri, è invece lento, difficile e contraddittorio. La partita tra sussidiarietà e primato della politica è aperta. Ben ha fatto dunque Franco Monaco (http://www.tamtamdemocratico.it/)  a tentare un chiarimento se non altro a beneficio di un uso consapevole del termine sussidiarietà nel discorso pubblico.

E tuttavia anche Monaco non sfugge alla sindrome statocentrica con la quale una parte del PD legge il principio di sussidiarietà.
Una lettura rivolta al passato mentre, sotto i nostri occhi lo stato perde quota, il diritto diventa globale, la regolamentazione è pubblica e privata allo stesso tempo. Le lenti, nel caso di Monaco, sono certo quelle del dossettismo per il quale allo stato spetta comunque una funzione di ricapitolazione della dinamica sociale.
Da questo punto il pezzo di Monaco è importante perché mostra una chiara e autorevole volontà di continuismo con la famosa relazione di Dossetti del 1951 (che merita di essere letta integralmente http://comitatidossetti.wordpress.com/scritti-di-don-giuseppe-dossetti/funzioni-e-ordinamento-dello-stato-moderno/) che non è priva di accenti statalisti  comuni a porzioni consistenti della tradizionale sinistra socialdemocratica. Certo la sussidiarietà nasce in un orizzonte pluralistico, esprime la precedenza dei diritti della persona rispetto alla stato, ma poi si finisce inesorabilmente con l’affidare allo stato il soddisfacimento di quei diritti.
E’ l’interventismo “sano e virtuoso” dello stato, come dice Monaco, che costituisce la norma di chiusura.

Un’impostazione inutilizzabile oggi, come precisò anche Pietro Scoppola proprio intorno a quel testo di Dossetti già vari anni fa: “viene riproposto in quella relazione, quel tradizionale concetto di un ‘bene comune’ in sé definito e non frutto della dialettica delle realtà presenti nella società”.
Una visione dinamica e aggiornata del principio di sussidiarietà, sulla scia di queste riflessioni di Scoppola, porta invece a diffidare dell’interventismo dello stato. Innanzi tutto perché in una visione sussidiaria è la politica a ritrovare la sua funzione nella società e non lo stato a vedere riaffermato il suo ruolo.
Come dice un recente bel libro di Gregorio Arena e Giuseppe Cotturri con la sussidiarietà la politica torna al suo posto. A maggior ragione, si può dire, lo stato torna al suo posto.
La sussidiarietà sancisce la distinzione tra ciò che è pubblico e ciò che spetta alla politica e, in seconda battuta attraverso la sua dimensione verticale, alla politica in forma di stato. Il primo non coincide con la seconda e meno che mai con lo stato. Né allo stato è chiesto di ridurre ad unità il molteplice.
Alla sussidiarietà interessa in primo luogo la produzione di beni pubblici non la riaffermazione del ruolo dello stato. Un ruolo che in questa produzione non vanta nessun primato sulle altre sfere sociali. Il bene comune, cioè la tutela dei diritti fondamentali della persona, spetta infatti a tutte le sfere sociali, nel linguaggio della costituzione è la Repubblica (e non lo stato) a riconoscere e garantire i diritti.

E’ quello che in altri termini si definisce poliarchia, una visione della società nella quale la politica è forte, cioè capace di decidere, ma limitata, cioè priva di ogni sovranità sulle altre sfere sociali.
Nella quale la regolazione pubblica non necessariamente, e anzi in misura sempre minore, è una regolazione statale. Nella quale i soggetti privati, anche quelli che operano in una logica di mercato, possono svolgere funzioni di rilievo pubblico e curare interessi di carattere generale.
Nella quale più che di bene comune si dovrebbe cominciare a parlare di beni comuni, cioè a pensare in termini di differenziazione incomprimibile piuttosto che in termini di ricapitolazione unitaria.

Ma, ci si potrebbe chiedere, esiste una sussidiarietà di destra e una di sinistra? Monaco risponde di sì, ma anche questa è una risposta che guarda al passato. Ci sono senza dubbio uno statalismo di destra e uno statalismo di sinistra, accomunati dalla diffidenza verso le dinamiche di tipo poliarchico.
E, allo stesso tempo a sinistra come a destra, vi è un modo chiuso e statalista di interpretare la sussidiarietà.
Il corporativismo si adattava ad una lettura statalista della sussidiarietà ma non era certo compatibile con il pluralismo e la poliarchia. Il contesto di interpretazione della sussidiarietà pesa infatti in modo determinante per definirne gli esatti contorni. La linea di frattura non passa però tra destra e sinistra ma tra una lettura aperta e poliarchica della sussidiarietà e una lettura chiusa e dirigistica.
Vi è dunque un grande bisogno di articolare la frattura tra destra e sinistra dentro un quadro nuovo, come aveva tentato il PD immaginato nel 2007 o come hanno fatto i cattolici nella Settimana sociale di Reggio Calabria nel 2010.
Con le categorie di Monaco non si riesce a rispondere alle domande di oggi.
La Big Society di Cameron è di destra o di sinistra?
Il si al referendum sui servizi pubblici locali è di destra o di sinistra?
Sostituire al monopolio dello stato, della regione o di un altro potere amministrativo un collusivo oligopolio privato è di destra o di sinistra?
La sinistra che vuole governare ha invece urgente bisogno di saper rispondere a queste domande.

 ^^^^^^^^^^^^^

Chi Siamo
Semplicemente un gruppo di persone che sono passate in Fuci –  www.fuci.it – fra gli anni 70 e 90. Le nostre storie personali, ecclesiali e civili, si sono intrecciate intorno alla Fuci, che per ognuno di noi ha rappresentato il grande spazio di apertura, di ricerca e di libertà intellettuale, di crescita ecclesiale e di formazione professionale.

In questi ultimi anni abbiamo continuato a incrociarci in percorsi pubblici e privati, finché, alla fine del 2006, ci è venuta voglia di rivederci a Camaldoli, il solo luogo immaginabile per questo tipo di incontro.

Abbiamo approfittato di quest’appuntamento non solo per ritrovarci, a distanza di tanto tempo, mettendo in comune le nostre esperienze, i cammini che ognuno di noi ha preso, le realizzazioni e i fallimenti, ma anche per riflettere insieme intorno ai temi che ci preoccupano da sempre:  il ruolo della Chiesa e le regole della politica italiana.

Da questo incontro, nel luglio del 2007, è nata la voglia di non perderci di vista, di mantenere aperto un canale di comunicazione in cui scambiare idee, esperienze e informazioni, in cui confrontarci e magari dissentire, nella costante ricerca di comuni chiavi di lettura della realtà che ci circonda. Da qui l’idea creare un blog, che abbiamo chiamato Incontri del Landino, dal filosofo rinascimentale che passò estati a passeggiare per le foreste di Camaldoli, discutendo di filosofia e politica con i monaci e con l’amico Marsilio Ficino.

Vogliamo questo blog come uno strumento aperto di dialogo e discussione, di confronto sulla Chiesa, la società, la politica e la cultura italiana, dove possano confluire contributi capaci di farci riflettere e di aiutarci a creare prospettive di azione in ambito ecclesiale e sociale.

Pietro Giordano, sindacalista
Stefano Ceccanti, docente universitario, costituzionalista
Giuseppe Croce, docente universitario, economista
Luca Diotallevi, docente universitario, sociologo
Anna Mantovani, magistrato
Donatella Montini, docente universitaria
Marco Demarie, dirigente di fondazione
Bianca Patrizia Andreini, chimico
Giorgio Tonini, senatore
Salvatore Vassallo, docente universitario, politologo
Giorgio Armillei, funzionario comunale
Teresa Bartolomei
Maria Rita Rendeù, giornalista pubblicista
Paola Giani, insegnante, consulente politiche interculturali e cooperazione euromediterranea
Giovanni Bianco, docente universitario, giurista
Cristiano Meossi, medico, pediatra
Beatrice Milianti, medico, neuropsichiatra infantile
Maria Paola Balbi, insegnante
Michele Caselle, docente universitario, fisico
Stefano Brogi, ricercatore universitario, storico della filosofia
Patrizia Mecocci, docente universitario, medico geriatra
Isabella Nespoli, consulente
Chiara Cavallaro, tecnologa
Ilaria Vietina, insegnante
Michele Nicoletti, docente universitario, filosofo
Sergio Stella, chimico
Anna Chiara Giorio, ricercatrice sociale
Fulvia Zinno
Silvia Madricardo, bancaria

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: