L’invito del Presidente

da Il Manifesto del 21 marzo 2013  di Umberto Allegretti

allegrettiDopo l’iniziativa condotta in porto dal centrosinistra con la nomina alla presidenza delle Camere di due  personalità nuove e dotate di notevole statura istituzionale,  le prospettive sulla situazione parlamentare e di governo sono indubbiamente migliorate rispetto ai giorni in cui  anche il miglior quotidiano d’un paese discreto e modesto e che ha per l’Italia rispetto e simpatia come il Portogallo (non si dice la  dura Germania!) poteva intitolare, confermando ancora una volta la gravità della percezione del nostro paese nell’ambito dell’Unione Europea,  la situazione italiana come posta “sotto il segno della decomposizione politica” e  scrivere che “il sistema politico continua a tendere verso la disintegrazione”.

L’evoluzione delle prospettive non è certo con questo ancora chiara neppure sotto il profilo strettamente costituzionale. Vista però da chi in questo momento è fuori dall’Italia e perciò è forse aiutato da un’utile distanza a discernere le linee essenziali del problema al di fuori del troppo confuso dibattito mediatico, non è però indecifrabile come appare dalle fonti di informazione nazionali.

Da molte parti si dice che il Presidente della Repubblica non potrebbe dare l’incarico e men che meno conferire la nomina di presidente del consiglio al segretario del Partito Democratico, nonostante che questo abbia la maggioranza  assoluta nella Camera dei Deputati e una relativa al Senato, e che i provvedimenti del Presidente sarebbero condizionati alla certezza o almeno alla probabilità – acquisita attraverso le consultazioni e l’attività dell’incaricato –  che  entrambe le camere concedano la fiducia.  Certamente questa è la situazione normale; ma la situazione attuale normale non è: rispetto alla storia repubblicana, si verifica il caso invero eccezionale  – dovuto all’attuale problematica legge elettorale – che le due camere, pur nel nostro sistema di bicameralismo paritario, abbiano una composizione politica diversa (qualcosa di non del tutto lontano si ebbe solo nel primo Senato della Repubblica).  Non si potrebbe forse perciò ritenere che, dovendo darsi per sicura la fiducia della Camera a un governo Bersani e nella  prospettiva di ottenere un pur insicuro consenso del Senato,  il Presidente della Repubblica sia autorizzato – anche per scongiurare elezioni per più versi traumatiche e forse poco utili – a designare per il governo il segretario del PD ponendo in essere così un autorevole invito alle Camere? Tale invito non dovrebbe apparire più audace di quel che è stato praticato da più d’un Presidente (e da Napolitano nel  caso del governo Monti) con la nomina di un governo tecnico o del Presidente per  il quale non fosse precostituita la maggioranza parlamentare. Non sarebbe obiezione pertinente, alla luce della storia repubblicana, quella per la quale in questo modo si avrebbe – nel caso di un ricorso a nuove elezioni dovuto al mancato verificarsi della sperata fiducia – quella per la quale si andrebbe alle elezioni con un governo Bersani:  un tale governo infatti sarebbe pur sempre maggiormente legittimato dell’attuale governo Monti, espressione della situazione parlamentare della  ben diversa legislatura precedente.

UMBERTO ALLEGRETTI

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