CI VUOLE MENO A FARE LE RIFORME COSTITUZIONALI CHE A METTER SU LA FUORVIANTE CONVENZIONE

di  Sergio Bartole

La diatriba sulla possibile assunzione del sen. Berlusconi a presidente della progettata, futura convenzione costituzionale è tipica della scena politica italiana. Si avanzano e contestano pretese sulla titolarità della presidenza di un organo che ancora non esiste e di cui non è ancora chiara la fisionomia. La battaglia di schieramento prevale sul confronto sui progetti. Vero è che, a parte le difficoltà penali attuali dell’interessato, sue precedenti iniziative possono giustificare le perplessità di molti, specie in presenza della genericità dei propositi cui quella pretesa si accompagna. E’ difficile dimenticare i lodi Alfano e Schifani, come è difficile dimenticare la legge di revisione costituzionale rifiutata dall’elettorato nel 2006 con votazione referendaria. Sarebbe quindi opportuno aprire una riflessione sia sulle ragioni dell’istituzione di questo nuovo organo che sui programmi che dovrebbe portare a compimento.

In effetti, sull’adeguatezza ad una pronta realizzazione di questi programmi dell’istituenda Convenzione si possono nutrire molti dubbi. L’idea è quella di predisporre un organo che, nella procedura di adozione di prossime riforme da adottare con legge costituzionale, si sostituisca alle commissioni di ambedue le Camere così sveltendo l’iter di quei provvedimenti. La Convenzione dovrebbe avere compiti redigenti, cioè dovrebbe predisporre un testo che le due Assemblee avrebbero soltanto il potere di approvare o rifiutare, senza apportarvi alcun emendamento.

E, però, per essere istituita la Convenzione (già preannunciata, con l’opinione dissenziente di Valerio Onida, nel documento dei saggi quirinalizi) richiede una legge costituzionale giacché è necessario emendare l’art. 138 che disciplina l’ordinario processo di revisione della Costituzione. Orbene, per emendare questo articolo è necessario seguire quelle stesse regole che si vogliono modificare. Regole che presuppongono proprio quel bicameralismo paritario che è uno dei bersagli dell’iniziativa riformatrice. Oggi, in effetti, i progetti di revisione costituzionale vanno adottati da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad un intervallo non minore di tre mesi e debbono essere approvati nella seconda votazione a maggioranza assoluta delle due Camere. Sui progetti può, però, essere indetto referendum popolare, a meno che nella seconda votazione essi non abbiano conseguito la maggioranza dei due terzi in ciascuna Camera.

E’ dunque evidente che per avere una Convenzione legittimamente costituita e operante saranno necessari molti di quei diciotto mesi che l’on. Letta destina a saggiare i propositi riformatori del Parlamento, condizionando ad un positivo accertamento la continuità in carica del suo Governo. Anche se si parla di dare vita nel frattempo, con voto politico di ambedue le Camere, ad una Commissione bicamerale che informalmente prepari (non si sa con quanto vincolo per il futuro ) il lavoro della Convenzione, la soluzione prescelta rischia di portare ad una vera e propria perdita di tempo, se si considera che in quegli stessi diciotto mesi si potrebbero già adottare quelle modifiche costituzionali sulle quali tutti dichiarano di essere d’accordo, quali la riduzione del numero dei parlamentari, l’attribuzione al Presidente del Consiglio del potere di chiedere al Capo dello Stato la revoca di uno o più ministri, e, forse, la stessa sostituzione dell’attuale Senato con la Camera delle Regioni, dotata, però, di poteri diversi e non concorrenti con quelli della Camera dei deputati.

Il dibattito il cui avvio pare opportuno, potrebbe dunque portare anche all’accantonamento del progetto di Convenzione, la cui istituzione è già oggi – a quanto si vede – ragione di conflittualità e non ha alcuna giustificazione data la presenza nella maggioranza di governo dei maggiori partiti. Quando se ne parlava al tempo del tentativo Bersani, l’idea era quella di bilanciare con un organo rappresentativo di tutte le forze parlamentari un Governo che doveva essere espressione solo della coalizione di centro-sinistra. Per vero, anche allora appariva comunque maldestra l’idea di abbandonare la strada dell’art. 138, che ha invece il merito di consentire immediatamente una valorizzazione del ruolo delle Camere nella loro interezza, favorendo un aperto e pubblico dibattito fra i partiti sui necessari cambiamenti della Costituzione. Trasferire una parte dei compiti relativi, ad un organo di modeste dimensioni e di ridotta rappresentatività, caratterizzato da una progettata composizione mista di parlamentari e tecnici, significa affidarsi ad una struttura della cui corrispondenza alla volontà popolare vi è più di una ragione di dubitare. E poi, alla fine, è sempre preferibile seguire le vie ordinarie della Costituzione anziché cercare percorsi alternativi dagli esiti ancora imprevisti.

SERGIO BARTOLE

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