La politica non è un gioco


di Raniero La Valle

Relazione tenuta venerdì 14 febbraio 2014 all’assemblea dei Comitati Dossetti per la Costituzione a Bologna.

Quest’assemblea era stata convocata sotto la spinta di un’urgenza per discutere della proposta di una legge elettorale incostituzionale ed illegittima.  Nel frattempo è successo di tutto, e ieri abbiamo assistito alla rimozione del governo Letta e alla candidatura di Matteo Renzi a Palazzo Chigi. Ma non è cambiato il tema della nostra assemblea, perché quello che è successo è successo a causa della legge elettorale. Sicché ora è ancora più chiaro che la lotta che si apre, anche per noi, intorno alla legge elettorale, non è una lotta su uno strumento o una modalità opinabile dei meccanismi elettorali della democrazia – tanto opinabile che non  è nemmeno in Costituzione – ma è una lotta sulla democrazia, vorrei dire una lotta stantis aut cadentis rei publicae.

            Del resto i fautori del bipolarismo per via elettorale, entusiasti del progetto Renzi–Berlusconi, sostengono che non è la società a fare la legge elettorale, ma è la legge elettorale a fare la società; e il fatto che non appena conosciuto il tenore della proposta, Casini abbia deciso il suo rientro nel blocco di destra rinunciando alla prospettiva del Centro, ne viene considerata la prova.

La legge elettorale è stata la grande protagonista della giornata di ieri, una giornata che molti hanno vissuto come un’umiliazione della politica, ridotta ad un gioco delle tre carte. In realtà in tutto il corso della crisi si è giocato con tre carte, e anzi con quattro, perché una era nascosta. Tre infatti erano i candidati alle primarie per la segreteria del PD, ma la carta nascosta era che il vero obiettivo non stava al Nazareno ma a Palazzo Chigi. Tre erano i modelli elettorali offerti da Renzi, ma la carta nascosta era quella che aveva in mano Berlusconi. Tre erano le strade indicate nei giorni scorsi dal segretario del PD per uscire dalla crisi, un Letta rimpastato per diciotto mesi, le elezioni, o un nuovo governo per tutta la legislatura (ipotesi però scartata da Renzi) e la carta che è uscita è stato il Renzi di legislatura. Tre erano le riforme da fare, la legge elettorale, il risparmio di un miliardo di euro per il Senato e la riforma del Titolo V, e qui la vera carta nascosta è quella del presidenzialismo.

In tal modo la politica che in passato è stata guastata dall’essere intrecciata di segreti, di omissis e di misteri – Gladio, Ustica, la mafia – è diventata il regno della bugia, del bluff, della sorpresa. E’ diventata un gioco sia nel senso ludico della inconsapevolezza e sfrontatezza infantile, sia nel senso  premeditato della teoria dei giochi, del prendersi – da adulti – gioco degli altri. Ma una politica dei giochi non è una politica seria.

E questa è una ragione di grande amarezza, perché la politica è una cosa seria. È vero, in palio è il potere, ma il vero oggetto della politica è la vita della gente; l’alternativa legata alla politica, per moltissimi, è quella tra felicità e disperazione, e per popoli interi la politica è questione di vita o di morte; e basta pensare a quel prodotto della politica che è la guerra. Molti poi sono quelli che fanno politica non per gioco, e nemmeno per la carriera e per il denaro, ma perché sono spinti da un altissimo senso di carità e di giustizia. Perciò, per favore, torniamo alla politica seria.

 

Una legge elettorale distruttiva

 

            In che senso la legge elettorale è stata la protagonista della giornata di ieri? Martedì Renzi aveva detto che se salta la legge elettorale salta l’Italia. Questo vuol dire che questa legge elettorale è una bomba. E infatti è saltata. Non è saltata l’Italia; però, come è stato certificato da Casini, questa proposta di legge (il cosiddetto Italicum)  ha fatto saltare l’idea, o il sogno, del Centro, e più ancora di qualsiasi cosa che si muova fuori dai poli, cioè ha fatto saltare l’articolazione pluralistica del sistema politico. Poi ha fatto saltare il governo. Ora, prima di dare avvio al nostro dibattito dovremmo cercare di capire le ragioni di quello che è successo ieri, cioè dovremmo capire perché in modo del tutto improvviso è stata presa questa strada e perché da un momento all’altro Renzi ha rinunciato all’idea della legge elettorale subito e poi del voto rigeneratore, per spostarsi sull’idea del governo di legislatura; e questo con una maggioranza di fortuna che non può essere una maggioranza di legislatura, a meno che non diventi proprio quella maggioranza di larghe intese con lo stesso Berlusconi, per evitare la quale Renzi voleva fare la riforma elettorale prima della nuova legislatura.

Si possono avanzare due ragioni di questo coup de théâtre.

La prima è quella che lo stesso Renzi ha dato ieri alla direzione: le due leggi elettorali maggioritarie comprese nell’Italicum, una per la Camera e l’altra per il Senato, rischiavano di dare due risultati diversi nelle due Camere, facendo così cadere il miraggio di sapere la sera chi avesse vinto e chi avrebbe governato. Si rischiavano alla Camera e al Senato due contrapposte maggioranze schiaccianti prodotte dai due premi di maggioranza. Pertanto con questa legge elettorale l’unico modo di risolvere il problema è la soppressione del Senato o almeno la sua uscita dal circuito della fiducia tra governo e Parlamento. Perciò si è creato il perverso legame tra riforma elettorale e abolizione del Senato; e per fare questo non basta un mese e mezzo, ci vogliono anni. Il che vorrebbe dire che nel frattempo non si potrebbe votare. Ma se davvero così fosse ciò vorrebbe dire che la proposta del nuovo Porcellum è sovversiva dell’ordinamento dello Stato. La Corte Costituzionale aveva finora evitato ogni pronuncia d’incostituzionalità delle leggi elettorali proprio con l’argomento che dovesse esserci sempre una legge elettorale in vigore perché non venisse meno in nessun momento la possibilità per il Capo dello Stato di sciogliere le Camere e di mandare il Paese alle elezioni. Dunque se la legge proposta rende impossibili le elezioni, va evidentemente abbandonata.

La seconda ragione – questa non dichiarata – è probabilmente che ci si è resi conto che con l’Italicum, grazie agli sbarramenti e all’ingresso coattivo delle forze minori nelle coalizioni, mentre c’è una destra a vocazione gregaria e una sinistra dispersa, a vincere sarebbe Berlusconi, forse addirittura al primo turno. Con questa legge stravinciamo, aveva detto Brunetta. A questa obiezione che qualcuno gli deve aver fatto Renzi ha risposto: se perdiamo non possiamo dare la colpa alla legge elettorale, se dopo vent’anni a vincere sono ancora Berlusconi Casini e la Lega non è colpa della legge ma è colpa nostra. Tuttavia “colpa nostra” sarebbe anche fare una legge tagliata su misura per la vittoria della destra; e questo neanche Renzi se lo poteva permettere, perché vorrebbe dire la fine del PD che diverrebbe un fenomeno residuale e resterebbe in Parlamento con una rappresentanza artificialmente ridotta solo per fungere da simulacro di legittimazione della Grande Destra al potere.

Questo è in realtà il punto di arrivo finale della legge elettorale bipolare e bipartitica. Essa distrugge il pluralismo, forza il bipolarismo nella gabbia del bipartitismo e crea in realtà un monopartitismo imperfetto, col partito berlusconiano al comando e il PD come comprimario assegnato a una permanente funzione minoritaria: quel partito che pur si era insignito della “vocazione maggioritaria”.

Perciò su questa legge elettorale, come abbiamo detto in uno dei documenti dei Comitati Dossetti, si gioca il futuro della Repubblica.

Per il momento essa ci presenta una Repubblica irriconoscibile:

  1. una Repubblica senza partiti. Il voto di ieri alla direzione del PD di 136 a 16 e due astenuti su una scelta così opinabile come quella proposta da Renzi, è così innaturale da mostrare quasi un partito che non c’è. Il vero problema italiano oggi non è la “governabilità”ma la ricostruzione di una agibilità della politica; questa passa attraverso la ricostruzione di partiti, non personali e non padronali, che assistiti da una adeguata legislazione che ne garantisca democrazia interna e trasparenza, realizzino effettivamente il compito assegnato loro dall’art. 49 della Costituzione di permettere ai cittadini di concorrere con metodo democratico alla determinazione della politica nazionale.
  2. una Repubblica senza Parlamento. Non è accettabile che un passaggio così delicato da un governo all’altro e da una prospettiva politica all’altra sia avvenuto senza un coinvolgimento del Parlamento, che giace inutilizzato fino a quando non siano compiute le manovre extraparlamentari messe in atto dai gruppi al potere.
  3. una Repubblica berlusconiana. Non si assiste oggi solo a un rilancio del berlusconismo, ma dello stesso Berlusconi che ascende per le consultazioni al Quirinale nonostante l’interdizione dai pubblici uffici che, benché formalmente non ancora esecutiva, dovrebbe essere rispettata per non suscitare scandalo nell’opinione pubblica e umiliare la magistratura.

Contro la società dell’esclusione

C’è infine un ultimo punto. La novità di questo tempo è che da un’altissima autorità morale come quella di Papa Francesco è stata proposta un’analisi della società di oggi dalla quale risulta che essa, dominata da un sistema economico e finanziario iniquo, è una società dell’esclusione. Non si tratta più solo del vecchio e purtroppo perdurante fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, dice il Papa nel documento programmatico del suo pontificato, ma ancora più gravemente si realizza su larga scala un fenomeno di esclusione che tratta uomini e donne come  esuberi e come scarti.

Nasce da qui un compito che non è della Chiesa ma è dei cittadini e della politica. Però per combattere contro l’esclusione abbiamo bisogno di un sistema politico che non sia fondato esso stesso su un meccanismo di esclusione, e che non tenda esso stesso ad escludere, abbiamo bisogno di un sistema politico che non escluda le minoranze creative, le minoranze alternative, le culture politiche sociali e religiose che lottano per l’inclusione e per l’eguaglianza;  per conseguenza non è ammissibile una legge elettorale che discrimini nell’elettorato quelli che devono essere inclusi e quelli che devono essere esclusi nella costruzione della società. E’ allarmante una lettura che si è potuta fare in questi giorni sul web, della tesi di un politologo che si definisce “non dossettiano”, secondo la quale con questa legge elettorale finalmente si pone fine ad ogni velleità di un cattolicesimo politico “di nicchia” e si contrasta ogni nostalgia dossettiana o regressione socialdemocratica e statalista, restando ammissibile per i cattolici solo la dispersione nei grandi contenitori maggioritari.

Appello al Partito Democratico

 In conclusione occorre lavorare per promuovere un’altra legge elettorale che non sia fatta di qualche emendamento al Porcellum. Ciò che anche nell’attuale proposta resta del vecchio Porcellum non sono solo sbarramenti, coalizione forzate, liste bloccate ed esorbitanti premi di maggioranza, ma anche l’art. 14 bis che impone ai partiti ammessi in una coalizione di avere tutti lo stesso programma e di riconoscere tutti lo stesso capo, ciò che se veramente attuato porterebbe il sistema a ridursi a due soli partiti, uno dei quali sarebbe elettoralmente premiato dal meccanismo maggioritario, e l’altro punito.

Inoltre occorre lavorare per una diversa impostazione della riforma costituzionale. La riforma del bicameralismo è una cosa troppo seria per essere lasciata alle improvvisazioni e alla grottesca motivazione che si tratterebbe di risparmiare un miliardo. Il vero problema non è di avere un Senato gratis, ma è di sapere se il Senato, e per estensione il Parlamento, è un ente inutile. È  evidente che per un potere che si fa regime è inutile, ma per la democrazia è necessario. Si può discutere come superare le aporie e le pesantezze del bipolarismo perfetto e come rendere il Senato più utile, togliendogli ad esempio l’incombenza della fiducia, cui già provvede la Camera, e dandogli nuove funzioni di garanzia, di alta codificazione, di concorso alla legislazione costituzionale, di mediazione tra Stato e regioni. Proposte molto significative e apprezzabili in questo senso sono state formulate dal prof. Mario Dogliani, e dal sen. Walter Tocci, e potrebbero essere esplorate ed essere poste a base della riforma. Tocci è peraltro un senatore del PD ed è perciò interessante che proposte di questo tipo vengano anche dall’interno di quel partito.

In questo momento il PD è la vera questione aperta, è il caso serio della politica italiana. Perciò noi ci rivolgiamo al PD, perché non si faccia determinare dai fatti compiuti, ma sia capace di rimettere in gioco la proposta di legge elettorale, per salvare i cardini della democrazia, il pluralismo e una rappresentanza fedele del corpo elettorale, perché sia capace di rimettere in gioco tutto il capitolo delle riforme istituzionali, e sia capace di rimettere in gioco la scelta tra la smisurata ambizione dell’autosufficienza, la solitudine escludente, il sentire la presenza degli altri come un “ricatto”, e il realismo politico della relazionalità, delle alleanze, della inclusione; vogliamo da qui fare un appello al PD perché non porti la democrazia al capolinea e perché voglia veramente tutto pensare di nuovo. I Comitati Dossetti per parte loro sono pronti al dialogo con tutte le forze politiche sul piano costituzionale, giuridico, culturale e politico.

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