NOTAZIONI DEL PRESIDENTE NAZIONALE ANPI CARLO SMURAGLIA:

 

Ancora sulle riforme costituzionali. Mi rivolgo ai Senatori, perché riflettano bene su quello che fanno e faranno: la “stabilità” politica non è tutto, perché c’è sempre il problema degli assetti e degli equilibri fra gli organi istituzionali, e prima ancora c’è il problema della rappresentanza, che deve essere garantita ai cittadini

 

In questa settimana dovrebbe cominciare la discussione sul testo e sugli emendamenti della riforma del Senato. Mi piacerebbe che si trattasse di una discussione serena, approfondita e libera, come richiesto dalla delicatezza della materia (costituzionale). Ma non so se sarà così, perché – secondo alcuni – occorre applicare una rigida disciplina di partito (e dove finirebbe l’art. 67 della Costituzione?), per cui si dovrebbe solo prendere atto di quanto deciso negli incontri “esterni” tra esponenti del PD, di Forza Italia e della Lega. E’ sempre lecito sperare, tuttavia, che non tanto e solo prevalga il buon senso, quanto che venga riconosciuta quell’esigenza di rispetto dei valori costituzionali e di attenta considerazione della delicatezza della posta in gioco, su cui mi sono già più volte soffermato. In realtà, a forza di incontri, sembrano essere stati concordati aggiustamenti, che – tuttavia -non mutano la sostanza e non rendono accettabile la riforma del Senato così come proposta.

 

Noi continuiamo a ritenere che ci siano alcuni aspetti fondamentali, da cui non è consentito allontanarsi:

 

-l’opportunità (la necessità) di differenziare il lavoro delle due Camere; -l’esigenza di mantenere comunque un valido sistema bicamerale, rinnovato, ma sempre con due Camere che hanno uguale prestigio;

 

-l’esigenza di risolvere, prima di tutto, alcuni problemi fondamentali: la necessità di mantenere al Senato il connotato di autorevolezza di una Camera elettiva; la necessità di attribuire al Senato alcune funzioni fondamentali ( a titolo esemplificativo ,la partecipazione effettiva alla formazione delle leggi in materia costituzionale ed elettorale, in tema di trattati e rapporti internazionali, in tema di principi generali in materia di autonomie ed in tema di diritti fondamentali); l’utilità di individuare i modi più opportuni per assicurare la presenza della voce delle autonomie nonché quella di specifiche competenze, culturali e scientifiche; l’attribuzione al Senato di seri e severi poteri di controllo sull’esecutivo, sull’amministrazione pubblica e sulla concreta applicazione ed efficacia delle leggi approvate. Se si realizzassero questi obiettivi, come più volte abbiamo detto, si otterrebbe il risultato di eliminare il “bicameralismo perfetto” (se non altro per l’attribuzione alla Camera della parte più rilevante del potere legislativo e per l’attribuzione alla sola Camera del voto di fiducia); e nel contempo si terrebbe fermo quel sistema di garanzie, di pesi e contrappesi che, con intelligenza e sensibilità costituzionale, fu costruito dal legislatore costituente e che deve essere mantenuto. Se poi si procedesse all’unificazione di alcuni servizi delle due Camere e alla equa diminuzione del numero dei parlamentari, sia della Camera che del Senato, si avrebbe – alla fine – una soluzione complessivamente ragionevole, comprensibile per i cittadini e fedele, nello spirito, alla Costituzione, alla nostra tradizione ed alle esperienze realizzate in questo dopoguerra. Capisco che una soluzione come quella che ho prospettato (a prescindere dagli aspetti particolari, sui quali è giusto che si intrattenga il Parlamento) può sembrare troppo razionale per i tempi che corrono. Ma forse, con un po’ di buona volontà, si potrebbe riuscire a capire che in materia costituzionale servono le modifiche, quando l’esperienza le suggerisce, ma non gli spericolati azzardi, solo per compiacere un certo tipo di populismo (francamente, un po’ arretrato).

 

E’ per questo che mi rivolgo soprattutto ai Senatori, perché riflettano bene su quello che fanno e faranno, rendendosi conto che l’art. 67 della Costituzione è stato scritto per renderli liberi; ed a questa libertà, chi ricopre cariche elettive di tanto rilievo, dovrebbe tenerci come alla propria vita, perché essa costituisce la ragione stessa per la quale si è stati eletti e la ragione per cui (art. 54 della Costituzione) bisogna agire – nell’esercizio della funzione – con “disciplina e onore”. So bene che adesso viene addotto un altro argomento, che dovrebbe essere addirittura decisivo, nelle intenzioni di chi lo usa, ma non è fondato. Si dice che avendo l’Europa permesso un’apertura verso la flessibilità, adesso bisogna meritarla facendo “le riforme”. A prescindere dal fatto che a me quest’apertura è sembrata più un segnale di buona volontà che non un impegno, bisogna intendersi su che cosa significa “fare le riforme” di cui l’Europa sarebbe in attesa. Il Presidente del Consiglio dice che, prima di tutto, c’è da fare, e rapidamente, la riforma del Senato. Mi permetto di dissentire e di porre qualche domanda indiscreta. Ma davvero c’è chi pensa che l’Europa sia particolarmente interessata alla riforma del Senato? Io penso di no e credo, anzi, che gliene importi (e forse ne sappia, addirittura) ben poco. In Europa ci sono diversi Paesi che hanno apportato modifiche al loro sistema parlamentare; e questo è avvenuto nel disinteresse generale degli altri Paesi, che lo hanno (giustamente) ritenuto un problema interno. Per lo più, comunque, è stato confermato un sistema di bicameralismo “differenziato” nelle funzioni; ed anche di questo non si è accorto né entusiasmato nessuno.  

 

Ci sono studi e processi di revisione sulle istituzioni parlamentari, in corso, in Belgio, Irlanda, Spagna e Regno Unito. Ma nessuno, in Europa, è apparso interessato a questi processi, e tanto meno li si è collegati alla tematica del rigore, dell’austerità e della flessibilità. Più in generale, è ovvio che il Paese che volesse dare buona prova di sé, per ottenere qualcosa sul piano di una maggiore elasticità delle regole economiche e finanziarie, dovrebbe dimostrare di avere modificato la sua burocrazia, i suoi livelli di corruzione, la presenza della criminalità organizzata e di avere in corso piani concreti di rilancio delle attività produttive, del lavoro, dei consumi. Un imprenditore che fosse interessato ad investire in Italia non chiederebbe, penso, se abbiamo o meno il bicameralismo perfetto, ma domanderebbe meno vincoli burocratici, meno lungaggini, meno balzelli, più sicurezza nei confronti della mafia e meno concorrenza sleale fondata sulla corruzione e sui comportamenti di coloro che non rispettano le regole. Dovremmo, dunque, rassicurare l’Europa su questi piani e su questi punti essenziali, piuttosto che pensare ad una riforma istituzionale, che può essere utile ma non così urgente quanto l’abbattimento del deficit, la crescita, il rilancio dell’economia, la creazione di nuovi posti di lavoro. Se davvero l’Europa si convincerà e adotterà comportamenti concreti di maggior elasticità, avrà il diritto di chiederci di dimostrare di aver rassicurato i potenziali investitori e di aver dato reali speranze (se non addirittura certezze) ai milioni di giovani in cerca di lavoro. Su questi aspetti, bisogna dire la verità e parlare chiaro, spiegando bene ai cittadini di che cosa si tratta; a meno che si voglia sostenere che togliendo di mezzo lo scoglio del Senato, si assicurerà la governabilità e questo rassicurerà i Paesi che ci guardano ancora con sospetto, come (nonostante tutto) la Germania. Ma allora bisognerebbe ricordarsi che intanto, per avere la Camera dei deputati in mano, bisogna vincere (e c’è ancora da risolvere il problema di una legge elettorale avversata da molti) e in secondo luogo che la “stabilità” politica non è tutto, perché c’è sempre il problema degli assetti e degli equilibri fra gli organi istituzionali, e prima ancora c’è il problema della rappresentanza, che deve essere garantita ai cittadini e non imposta nelle forme preferite da chi vuole governare indisturbato. Insomma, consiglierei a tutti la formula di manzoniana memoria (“adelante, Pedro, conjuicio”) e poi di far prima di tutto scelte e assumere decisioni che vadano nella direzione dell’equità sociale, dell’uguaglianza e della libertà (anche dal bisogno).

 

Un ultimo richiamo e non certo di minore importanza: si tolga di mezzo, se verrà davvero formalizzata, la norma che eleverebbe il numero delle firme finora richieste per l’iniziativa legislativa popolare. Basta rifletterci un momento per convincersi che, se è vero che il Paese ha bisogno di più democrazia – come molti ritengono – il modo migliore non è quello di creare ostacoli perfino ad un istituto reso innocuo come l’iniziativa popolare; tanto più che questa novità si inserirebbe in un contesto in cui c’è già una legge elettorale (nel testo approvato alla Camera) che di democratico han ben poco e una proposta diretta a modificare drasticamente (se non a, praticamente, abolire) un organo costituzionale di rappresentanza dei cittadini). Davvero avremmo ancor più ragione, se si insistesse sulle linee che si stanno seguendo, di parlare, come abbiamo già fatto, di una vera “questione democratica”.

 

A Montecitorio, pochi giorni fa, si è celebrato l’anniversario della nascita di Giorgio Almirante. Come spesso accade, non ci si è limitati a ricordare una persona che non c’è più, ma si sono spese molte parole per elencarne le qualità e le virtù, come parlamentare e come uomo politico. Poiché in Italia si fa presto a dimenticare, abbiamo cercato di ricostruire, nella sua interezza, la figura di Almirante, ricorrendo, come spesso succede quando si ha fretta, alla relativa voce su “Wikipedia”. Vi si trovano molte cose che non coincidono con l’immagine celebrativa; ma lascio ai lettori, desiderosi di approfondire, la lettura di quel testo, sul quale faranno poi le valutazioni che credono, anche sul piano dell’attendibilità e della certezza. C’è, però, una vicenda che merita di essere ricordata: il ritrovamento – anni fa – da parte di un ricercatore dell’Università di Pisa, del testo di un proclama, diffuso nel 1944, in cui, nell’invitare i giovani ad obbedire alla leva della cosiddetta Repubblica di Salò, si avvertiva che i renitenti sarebbero stati fucilati nella schiena. La notizia fu pubblicata, ci furono querele; ma alla fine, anche attraverso una sentenza della Corte di Cassazione, fu accettata la veridicità del proclama e della sottoscrizione. Tant’è che anche in un libro recente di due storici illustri (Alberto De Bernardi e Luigi Ganapini. Titolo: “Storia dell’Italia unita” – ed. Garzanti – 2010) si parla di Giorgio Almirante “reduce anch’egli dall’esperienza della Repubblica sociale e firmatario di un bando del 1944 che comminava la pena di morte ai renitenti alla leva” (p. 370). Acquista valore, allora, anche il riferimento (sempre nella voce enciclopedica citata) ad un telegramma di congratulazioni inviato a Pinochet dopo il golpe militare dell’11 settembre 1973, per il quale, ad Almirante sarebbero giunti anche i ringraziamenti del dittatore. Anche questo, se confermato, collimerebbe ben poco con gli entusiasmi dei sostenitori, ancora oggi, di Almirante. Ci limitiamo a questo per non entrare nel merito di altre vicende remote e più o meno conosciute. M ci sembra sufficiente per dire che Giorgio Almirante può certamente essere ricordato, da chi lo ritiene, ma il quadro va presentato “a tutto tondo”. Lo dico per amore della verità e per rispetto della memoria di chi, di fronte a quel bando, ha scelto la libertà, a rischio della vita.

 

Le notazioni di questa settimana e quelle della scorsa sono state inviate a tutti i Senatori della Repubblica e ai componenti della Commissione Affari Costituzionali (n.d.r.

 

 

 

 

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