L’Italia esce dalla democrazia

LETTERA APERTA
Al Presidente della Repubblica e alle formazioni sociali, politiche ed economiche del Paese
del gruppo “Per la salvaguardia e l’attuazione della Carta Costituzionale” di Brindisi

Gli osservatori e i gruppi più attenti e radicati nella cultura costituzionale hanno lanciato l’allarme a tanta parte di popolazione ancora distratta: c’è ormai nel nostro Paese un’emergenza democratica! E ci associamo a tale grido.

Il combinato disposto della Riforma costituzionale e della nuova legge elettorale, in corso di definitiva approvazione, disegnano il passaggio ad un’altra “forma” repubblicana: la consapevolezza diffusa di abbandonare il bicameralismo perfetto e di rivedere il Titolo V sono stati utilizzati infatti, per tentare di scardinare l’architettura istituzionale dei poteri e dei loro rapporti.

Alla centralità del Parlamento, della rappresentanza delle varie espressioni politiche, e della partecipazione dei cittadini ai processi di determinazione della volontà politica si vuole sostituire la centralità del Governo, il quale, invece di essere legittimato dal Parlamento, avrà l’inedito potere, di fatto, di legittimarlo; la divisione e l’equilibrio dei poteri cederà il passo  all’accentramento del potere nella Presidenza del Consiglio, mentre sarà sempre più ridimensionata ogni forma di controllo.

Un Senato non più eletto dai cittadini sarà costituito da consiglieri regionali (74) e sindaci (21): un “ceto” politico di facile controllo governativo che non avrà nessun potere di indagine né, si prevede, di porre in discussione e all’attenzione del Governo e del Paese eventuali, rilevanti questioni nazionali, ma interverrà nella votazione delle leggi costituzionali, nella elezione del Presidente della Repubblica e dei Giudici Costituzionali.

Il Governo poi avrebbe la possibilità di chiedere al Parlamento l’approvazione di una legge entro 60 giorni; passato tale termine potrà essere votata senza dibattito e senza possibilità di essere modificata.

La riforma del Titolo V prevede il passaggio all’Esecutivo di competenze esclusive sulla delicatissima questione del  governo del territorio, che tende ad espropriare responsabilità e scelte delle popolazioni locali e a favorire le decisioni di poteri “lontani” e fortissimi.

Con la nuova legge elettorale la Camera dei deputati sarebbe costituita in grandissima parte da “nominati” (l’ottanta per cento dei componenti), mentre al partito che ottiene più voti sarebbe assicurata una maggioranza assoluta.

Si prospetta un immediato futuro in cui un solo partito e il suo leader avranno il potere di governare, di fare le leggi, di eleggere il Presidente della Repubblica e di eleggere la maggioranza dei componenti gli organismi di garanzia come la Corte Costituzionale.

Si tratta di portare a compimento un processo che l’attuale Presidente del Consiglio Renzi ha avviato con grande determinazione, pur dentro una cornice di parole fumose e multiuso, allorchè umilia il Parlamento, rifiuta di fatto il confronto con alcune parti sociali come il sindacato, considera la mediazione un atto di debolezza politico-istituzionale. Del resto la regressione della coscienza politica, collegata alla difficoltà di presentare proposte chiare e strumenti e luoghi reali di sperimentazione-formazione politica, può favorire svolte autoritarie, che non avrebbero tra l’altro bisogno di dittature “visibili”:  il vuoto o le difficoltà della partecipazione dal basso sarebbero riempite dal pieno e dalle facilitazioni dell’accentramento verticistico dall’alto.

Nessun dubbio che il bicameralismo perfetto debba essere superato, che sia necessario ridurre adeguatamente il numero dei parlamentari, e che occorre procedere ad una revisione del Titolo V della Costituzione ( quello sulle autonomie locali ), ma il fatto è che il Governo Renzi va ben oltre  e punta ad introdurre di fatto un improvvisato Presidenzialismo con inclinazioni cesariste, privo del necessario bilanciamento dei poteri e degli indispensabili controlli: un arbitrario trapianto di un corpo estraneo nell’Ordinamento della Repubblica come concepito dalla Costituzione che disegna una democrazia parlamentare vivificata dalla partecipazione democratica e tesa, per dirla con le parole del grande giurista Piero Calamandrei, a realizzare il sogno “ di una società più giusta e più umana, di una solidarietà di tutti gli uomini alleati per debellare il dolore”.  Un innaturale trapianto che, se non bloccato da una preventiva crisi di rigetto, deformerà non solo la seconda parte della Costituzione (quella ordinamentale), ma anche la prima (quella dei principi fondamentali, dei diritti e delle garanzie).

E sì, perché, le due parti dello Statuto sono strettamente connesse.

Principi e strumenti attuativi, progetto di società e metodi per costruirlo, scelte e regole, dinamiche e tutele, fini e mezzi, i secondi sempre in funzione dei primi e questi a quelli sempre legati da un vitale rapporto: una mirabile fusione dei valori e delle strutture che costituiscono l’identità del nostro Statuto.  Una Costituzione che non va svuotata ma finalmente e davvero attuata.

Si comprende allora perché il quadro della riforme istituzionali sopra delineato  si completa con le scelte di politica economica e sociale del Governo Renzi, i cui caratteri sono ormai ben delineati:

  • in un anno di attività governativa nessuna misura è stata presa per accorciare le distanze tra un ceto sempre più ristretto di cittadini in cui si concentra il potere economico-finanziario e fasce sempre più marginali e povere di popolazione: il governo non governa nessuna politica, anche se lieve e timida, di una appena più equa redistribuzione della ricchezza prodotta dal Paese;
  • nessuna azione organica è stata progettata e avviata per rispondere al dramma della disoccupazione, e di quella giovanile in particolare, affidando di fatto la politica del lavoro alla congiuntura del mercato e alle sue virtù quasi taumaturgiche: una scelta che rifiuta di utilizzare significative risorse pubbliche per lavori necessari e urgenti di pubblica utilità, mentre li destina per opere che non presentano gli stessi caratteri;
  • la riforma del lavoro, approvata di recente, costituisce un attacco irresponsabile alla dignità dei lavoratori e alla convivenza civile di uomini liberi e rispettati; essa apre la strada ad un possibile precariato permanente e favorisce un ulteriore dissoluzione dei legami sociali;
  • il governo finora non ha presentato alcun progetto,  o qualche misura significativa di attenzione al Mezzogiorno il quale, soprattutto in alcune zone, continua a conoscere nuove e drammatiche forme di emigrazione della popolazione giovanile: l’assenza di investimenti si  somma alla drastica riduzione dei trasferimenti governativi e ad un uso inefficace o distorto dei fondi europei, tale da determinare un pauroso impoverimento economico, sociale e culturale, anche se occultato dai nuovi templi delle merci e dalla distrazione televisiva.

Si tratta in sostanza di politiche che rifiutano di fatto i grandi principi costituzionali, perché mettono in discussione la centralità del lavoro come fondamento della Repubblica, la pari dignità sociale, e l’impegno dello Stato a “RIMUOVERE” le cause che non permettono ai cittadini-lavoratori di realizzare la loro personalità e di contribuire allo sviluppo del Paese.

Preoccupano le riforme di Renzi, ma preoccupano anche l’indifferenza, gli interessati tatticismi e i tanti silenzi con i quali queste riforme vengono di fatto accettate.

Occorre perciò dare segnali di allarme e noi lo facciamo rivolgendoci al Presidente della Repubblica per farGli sapere che confidiamo nell’alto senso di responsabilità  con cui svolge il ruolo di supremo custode della Costituzione e siamo sicuri che Egli, esercitando i poteri riconosciutiGli dallo Statuto, farà il possibile per scongiurare pericolose derive.

Così come facciamo appello a tutte le formazioni politiche, sociali e culturali che si riconoscono nella Carta costituzionale, perché, in questo difficile momento, trovino i modi e i mezzi per fare fronte comune contro le tentazioni di alterare, senza peraltro il ricorso alle elezioni di una Assemblea Costituente, i connotati della nostra democrazia per adeguarla alle logiche di chi teorizza un egemonico “partito della nazione” guidato da “un uomo solo al comando”.

Brindisi, 20 aprile    2015

Giovanni Calcagni – Giancarlo Canuto – Mario Crisumma – Maria De Mauro – Michele Di Schiena – Luca Esperti – Rita Fagiano – Cosimo Guido – Antonio Greco – Salvatore Lezzi – Paola Pizzi – Maurizio Portaluri – Vito Quaranta – Graziano Santoro – Fortunato Sconosciuto Antonella Zellino (del gruppo brindisino “Per la salvaguardia e l’attuazione della Carta costituzionale”)

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