Quale risposta alla tragedia dei migranti e dei profughi. Per un’umanità indivisa

Articolo di Raniero La Valle pubblicato sulla rivista “Presbyteri” del maggio 2015.

Se prendessimo sul serio i principi suggeriti da papa Francesco nella “Evangelii Gaudium” per costruire una vera comunità umana – il tempo è superiore allo spazio, l’unità prevale sul conflitto, la realtà è più importante dell’idea, il tutto è superiore alla parte – avremmo i criteri supremi per trovare soluzione ai problemi più angosciosi dell’attuale momento storico. Qui affronteremo un solo problema: un problema però nel quale vengono a scadenza tutte le contraddizioni che non abbiamo risolto e vengono in gioco tutte le nostre convinzioni e la nostra fede. È  il problema delle grandi migrazioni in corso nel mondo, cioè del passaggio da un’umanità dai mille destini contrapposti a un umanità con un destino comune; e naturalmente dovremo vedere come questo problema così universale, si concretizza e drammatizza in Italia e in Europa.

Le dimensioni del problema 

Intanto bisogna rendersi conto di quale sia la sua portata in termini di numeri: i numeri delle grandi migrazioni, che dall’Africa riempiono il Mediterraneo di naufraghi ed annegati, (ormai a 900, 1000 alla volta per ogni barcone affondato),  i numeri dei grandi esodi che attraverso la Turchia, i Balcani, le enclaves spagnole in Marocco e di qui in Spagna, passano per vie di terra nei Paesi europei del Nord, i numeri delle grandi trasmigrazioni dal Messico verso gli Stati Uniti o da una parte all’altra dell’Asia: erranti tutti sospinti da guerre, violenze religiose, economiche politiche, fame, miseria e oppressione. E sono tutti numeri di genocidi ormai diffusi (interi nuclei familiari distrutti, etnie, popoli, comunità perseguitate per cause religiose, vittime di pulizie etniche, reduci da malversazioni, abusi sessuali o torture).

Secondo il rapporto annuale 2015 pubblicato il 23 aprile scorso dal Centro Astalli, che è il servizio italiano dei Gesuiti per i rifugiati (operante a Roma, Palermo, Catania, Trento, Vicenza, Napoli, Milano, Padova) per la prima volta dalla seconda guerra mondiale le persone costrette alla fuga nel mondo hanno superato largamente la soglia dei 50 milioni (a metà del 2014 se ne registravano già 56,7). L’aggravarsi delle crisi nel Medio Oriente e in Africa, dopo la comparsa del cosiddetto “Stato Islamico” in Iraq e in Siria, hanno fatto crescere il numero delle persone che cercano protezione in Europa. Nel 2014, con un incremento del 277% sul 2013, in Italia sono arrivati 170.757 migranti via mare (39.651 solo dalla Siria, 33.559 dall’Eritrea) ma la maggior parte  si sono dispersi negli altri Paesi europei. Però non esiste nessun programma di integrazione dei profughi nel contesto europeo e per moltissimi la permanenza nei centri di accoglienza e detenzione è senza fine.

Secondo i dati dell’Agenzia Europea Frontex, che ha il compito di pattugliare le frontiere, nel primo quadrimestre di quest’anno 23.000 sono stati gli ingressi in Europa attraverso il Canale di Sicilia, 55.000 invece attraverso le vie di terra alternative (34.322 attraverso i Balcani). I morti nessuno li può contare.

Tenendo conto di queste cifre si può dire che applicati al problema delle migrazioni i quattro principi indicati dal papa si declinano in questo modo:

1 – Lo spazio e il tempo 

La dislocazione della popolazione mondiale su tutto il pianeta non è un problema di spartizione di spazi. Questo è stato a lungo il modo in cui gli uomini hanno organizzato la loro convivenza, conquistando terre, appropriandosene e distribuendole fra tribù e gruppi umani estranei e spesso nemici tra loro; è stato questo il primo movimento del “nomos” della terra, da cui sono derivate le leggi e l’organizzazione sociale. Il “nomos”, la legge, secondo Carl Schmitt, fa la sua comparsa nelle forme dell’appropriazione e ripartizione delle terre. I confini, le frontiere, le dogane, le colonie, gli imperi, gli Stati, sono tutti tributari di questo nomos della terra fondato sulla spartizione degli spazi. Anche l’Antico Testamento, con la sua ideologia della terra, ne dipende. Irresistibile è anche la tendenza a considerare in termini spaziali il rapporto tra i due regni, il regno dei cieli e quello della terra. L’ideologia dello Stato-nazione, i cui elementi fondanti sono un popolo, un territorio e un ordinamento, è tutta interna a questo orizzonte. Ma in questo orizzonte non troverà mai soluzione né la questione palestinese, né la questione della pace, né la questione della grande migrazione in corso.

Ma appunto, dice il papa, il tempo è superiore allo spazio. Non è solo nel trovare nuovi spazi, ma nel permettere che i popoli si possano svolgere nel tempo, che il problema delle migrazioni può essere affrontato. Non gli spazi da occupare, ma i processi della vita reale, il movimento, migrare da un luogo ad un altro, lasciare una terra per raggiungerne un’altra, anche solo sognata, è ciò che appartiene ai processi della vita reale. La creazione di cui parla la Genesi non è stata una distribuzione di spazi; certo si trattava di separare le acque che sono sotto il firmamento dalle acque che sono sopra il firmamento, e poi il mare dall’asciutto, e poi la luce dalle tenebre, ma dal momento in cui compare l’uomo, e la donna creata da Dio (ma – come dice Francesco – prima sognata dall’uomo), quello che comincia è il movimento, è il processo, l’esodo, la storia.

E’ questo criterio che serve per affrontare il problema delle popolazioni migranti. Il principio secondo cui “il tempo è superiore allo spazio”, dice il papa, “permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza si­tuazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. È un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limi­te, assegnando priorità al tempo. … Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di pos­sedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella so­cietà e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in impor­tanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci”.

Dare risposta al problema dei migranti vuol dire “iniziare i processi” e aprire gli spazi, abbattere le fortezze cinte da mari, da valli e da mura come sono gli spalti della “fortezza Europa”, abbassare i ponti levatoi, togliere e non mettere blocchi navali, mandare navi di linea a prelevare i profughi piuttosto che distruggere i barconi, dare il tempo agli infelici di prendere le loro cose e partire senza fretta, senza violenza, senza la frusta degli schiavisti, mangiando pane lievitato, non azimo. Perché l’umanità è una sola.

2 – L’unità e il conflitto

La questione dei migranti, dei profughi, dei rifugiati, non si risolve assumendola come conflitto. E’ inammissibile che l’Europa reagisca alla questione dei profughi, in prima istanza, come se dovesse andare alla guerra. La reazione condizionata di un mondo ammalato di guerra è di mobilitare le forze armate per fronteggiare l’invasione dei richiedenti asilo. Combattiamo gli scafisti, dicono i signorotti europei, uccidiamo gli speculatori, affondiamo i pescherecci e i barconi, facciamo campi di prigionia sull’altra sponda del Mediterraneo, chiediamo all’ONU l’autorizzazione a difendere le intangibili coste dell’Europa. E’ una vergogna solo al pensarlo, come ha detto la voce dei vescovi italiani. E una volta che una Marina Militare aveva fatto una cosa buona, intraprendendo l’operazione Mare Nostrum con cui si erano salvate migliaia di vite (a 9 milioni di euro al mese, a conti fatti 600 euro per ogni vita salvata) ecco che il ministro dell’Interno ne ha preteso la sospensione e ha trasferito all’Europa con l’operazione Triton l’incombenza non più di salvare le vite, ma di ricacciarle in mare per rendere irraggiungibili le coste. E quando l’Italia, dopo le ultime ecatombe, ha cercato di porre l’Europa di fronte alla sua responsabilità, questa ha risposto stanziando un po’ di soldi per rafforzare il pattugliamento, ma rifiutando qualsiasi piano per l’accoglienza e l’integrazione dei profughi. Il premier inglese Cameron ha messo a disposizione una portaelicotteri, a condizione però che i naufraghi salvati siano portati in Italia e non mettano piede nel Regno Unito.

Come ha commentato “Lunaria” che è un’associazione di solidarietà che si occupa di migrazione e razzismo (ma tutte le associazioni di volontariato sono d’accordo con lei), “la difesa dei confini della Fortezza Europa e gli equilibri politici interni sono anteposti alla salvezza della vita delle persone”. Così gli “sforzi sistematici per identificare, catturare e distruggere le imbarcazioni prima che siano usate dai trafficanti” restano la priorità numero uno dell’Europa che ha dato mandato alla commissaria Mogherini di iniziare la preparazione di una possibile operazione di Politica comune di sicurezza e di difesa. Vale a dire: non è escluso il ricorso ad operazioni militari. Una pura follia”. Il piano elaborato dall’Europa (ma si può ancora considerare Europa?) “offende le migliaia di vittime che in questi anni hanno perso la loro vita nel mar Mediterraneo e consegna il destino delle persone che nelle prossime settimane cercheranno di arrivare in Europa alla fatalità del caso”

E si capisce perché i cattivi politici, di fronte all’emergenza del genocidio che si consuma nel Mediterraneo, non riescano a concepire altra idea che la guerra. Non immaginano neanche che ci possa essere una soluzione di unità. Perché per loro la politica è guerra, è difesa dal nemico, è difesa di interessi immediati contro l’idea magnanima dell’interesse generale. Se non concepissero così la politica non lascerebbero affondare la Grecia, e quelli che stampano la moneta non la lascerebbero senza nemmeno i soldi per pagare gli stipendi degli impiegati pubblici alla fine del mese. Ma se non vogliono salvare la Grecia, di cui pure sono figli, e anche attorno a lei stendono un cordone sanitario per non farsene contagiare, come potrebbero salvare intere popolazioni migranti, che sono pure di un altro colore?

Non c’è dubbio che la presenza dei migranti sulle frontiere dell’Europa apre un conflitto che politicanti senza scrupoli cavalcano per trovare – nel rifiuto di ogni solidarietà – un tornaconto elettorale. Non si tratta di ignorare questo conflitto, ma scrive il papa nell’ “Evangelii Gaudium”, “se rimaniamo intrappolati in esso, perdiamo la prospettiva, gli orizzonti si limitano e la realtà stessa resta fram­mentata. Quando ci fermiamo nella congiuntura conflittuale, perdiamo il senso dell’unità profon­da della realtà”. Vi è però un modo, il più ade­guato, “di porsi di fronte al conflitto. È accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformar­lo in un anello di collegamento di un nuovo pro­cesso. ‘ Beati gli operatori di pace’ (Mt 5,9)”.

E diceva poco prima la “Evangelii Gaudium”, quasi pensasse al respingimento dei migranti, che sarebbe una falsa pace quella che servisse come scusa per giustifi­care un’organizzazione sociale che escluda  i più poveri, “in modo che quelli che godono dei maggiori benefici possano mantene­re il loro stile di vita senza scosse” e mantenere ”un’effimera pace per una minoranza felice”.

3 – La realtà e l’idea

Se poi si sapesse vedere la realtà il Mediterraneo non continuerebbe a fare da cimitero, non dovremmo cantare, come ha fatto Erri De Luca in una commovente trasmissione televisiva: “Mare nostro che non sei nei cieli, all’alba sei colore del frumento, al tramonto dell’uva di vendemmia, ti abbiamo seminato di annegati più di qualunque età delle tempeste”. Se vedessimo la realtà e non ci cullassimo nella rappresentazione che ce ne siamo fatta, smetteremmo di pensare che la migrazione potrebbe essere fermata, solo che bloccassimo gli scafisti, perché, come i fatti hanno dimostrato, tutte le misure per intercettare e bloccare l’esodo si sono rivelate fallaci e così sarà anche la decisione estrema di bombardare e distruggere i barconi. La causa dell’esodo non sono gli scafisti e i barconi, ma un disordine dell’attuale stato del mondo di cui scafisti, speculatori e naufragi non sono che la conseguenza.

Ha scritto il 23 aprile sul suo blog, Giansandro Merli, un osservatore attento che da anni segue la vicenda dei migranti: occorre  “capire cosa produce davvero i flussi migratori, per quali ragioni migliaia di persone decidono di rischiare la vita pur di lasciare il Paese in cui sono nate.., Parliamoci chiaro, la tesi secondo cui i migranti sono vittime degli scafisti non ha nessuna logica, non sta in piedi. Gli scafisti non vanno a prendere le persone da casa per costringerle a partire. Sono le persone che si rivolgono agli scafisti, pagano cifre spropositate e mettono a rischio consapevolmente la propria vita e quella dei loro cari pur di provare a raggiungere l’Europa. Gli scafisti fanno affari d’oro nel mercato aperto dal controllo delle frontiere esterne. Gli scafisti esistono perché chi fugge da guerre o povertà non può entrare nello spazio Schengen con mezzi di trasporto ordinari (navi, aerei, macchine). … Come può essere credibile il paragone tra traversate del Mediterraneo e tratta degli schiavi dei secoli scorsi?… Un fenomeno storico complessissimo – causato da fattori molteplici, originato da luoghi diversi del pianeta, realizzato lungo numerosissime tratte e attraverso mezzi di trasporto di natura diversa – viene ridotto alla pianificazione di un’organizzazione criminale. Viene da ridere e piangere insieme quando si legge che ‘bisogna eliminare il fenomeno alla radice’ e che per farlo occorre bombardare i barconi, fermare le traversate. Come se i flussi migratori iniziassero sulle coste libiche! Solo il problema dei politici europei inizia sulle coste libiche. Il loro problema è che i corpi senza vita di migliaia di persone galleggiano nell’acqua vicino casa e finiscono sui giornali. La soluzione è farli morire un po’ più in là”

  1. La parte ed il tutto

Il criterio decisivo per affrontare la questione dei migranti, dei fuggiaschi, dei profughi, dei richiedenti asilo, delle stragi del Mediterraneo e delle altre rotte della disperazione e della speranza, è il quarto dei principi enunciati da papa Francesco: il tutto è superiore alla parte, che nel nostro caso non vuol dire altro se non che l’umanità è una, e che se non la riconosciamo e assumiamo come indivisa non possiamo risolvere alcun problema del mondo di oggi. Il paradosso è che il sistema economico e sociale che oggi domina il mondo, il sistema che ha eretto a proprio signore il denaro, presuppone l’unità dell’intera umanità, anzi dell’intera creazione, concepite come un unico grande mercato, e per questo si chiama “globalizzazione” (mondialisation, in francese); ma quella di cui si nega l’unità e l’universalità (e qui sta il paradosso) è proprio l’umanità. I beni, le merci e il capitale – oltre che gli eserciti – possono andare dappertutto, passare in un baleno da un mare all’altro, da un continente all’altro, ma gli uomini e le donne non possono circolare, non possono recarsi nel luogo di loro scelta, non possono esercitare i loro diritti sotto ogni cielo, non sono custodi ma prigionieri della terra di cui sono eredi.

Eppure l’unità del genere umano è stata riconosciuta e affermata dalle religioni, dalle culture e dal diritto. Per il cristianesimo, Dio si è incarnato appunto per questo. Si credeva che avesse scelto un popolo solo, che solo quello fosse la sua Chiesa, che avesse quello per alleato e tutti gli altri come “stranieri” o nemici, che avesse fatto di Israele il solo popolo da lui eletto. Ma  sulla croce è venuta meno ogni discriminazione, su quel legno della croce Dio ha “inchiodato” il chirografo del Vecchio Testamento, che ci era contrario, come dice plasticamente la lettera ai Colossesi (Col. 2, 14); e l’enciclica Mystici Corporis di Pio XII, citando san Tommaso, ha ricordato come sulla croce Gesù, che non era stato «inviato se non alle pecorelle della casa d’Israele che erano perite (cfr. Mat. 15, 24)» aveva meritato «la potestà e il dominio sopra le genti» (cfr. S. Tom. III, p79, q. 42, a. 1); per il sangue sparso sulla croce, aggiungeva Pio XII, Dio fece sì che «potessero scorrere dalle fonti del Salvatore per la salvezza degli uomini, e specialmente per i fedeli, tutti i doni celesti». I “fedeli” perciò erano un caso di specie rispetto all’estensione universale dei destinatari dei doni celesti sgorgati dalle fonti del Salvatore per la salvezza di tutti gli uomini. Il nuovo popolo di Dio non era dunque solo Israele, non era solo la Chiesa dei fedeli, ma l’umanità tutta intera. È per questo che ancora la Mystici Corporis diceva che Cristo «a buon diritto vien proclamato dai Samaritani “Salvatore del mondo” (Giov. 4, 42), anzi senza alcun dubbio dev’essere chiamato “Salvatore di tutti”.

A buon diritto perciò papa Francesco può oggi invitare a combattere contro il cancro dell’esclusione sulla terra, quando sappiamo e professiamo che non ci sono esclusioni nei cieli. Papa Bergoglio annuncia un Dio universale, e nella “Evangelii Gaudium” dice che la  salvezza «che Dio realizza e che la Chiesa gioiosamente annuncia è per tutti e Dio ha dato origine a una via per unirsi a ciascuno degli esseri umani di tutti i tempi». E diceva la Lumen Gentium del Concilio che “l’unico popolo di Dio è universale”, e che “tutti gli uomini sono chiamati a formare il popolo di Dio. Perciò questo popolo, pur restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l’intenzione della volontà di Dio, il quale in principio creò la natura umana una e volle infine radunare insieme i suoi figli dispersi (cfr. Gv. 11, 52)”, mandando a questo scopo il Figlio suo “perché fosse maestro, re e sacerdote di tutti, capo del nuovo e universale popolo dei figli di Dio”.

Dunque, quando si parla di popolo di Dio si parla di qualcosa che va ben oltre i confini della Chiesa visibile, e potenzialmente non è più una Chiesa, ma è l’umanità stessa. C’è una sola umanità amata da Dio.

Ma l’unità dell’intera famiglia umana è stata affermata anche dal diritto, al sorgere dell’età moderna, quando tra i diritti umani universali dichiarati come propri dello “ius gentium”, in quanto derivanti dalla natura e dalla dignità stessa dell’uomo, fu annoverato lo ius communicationis, che supponeva l’unità del mondo, e lo ius migrandi, cioè il diritto di mettere piede e restare in qualsiasi parte del mondo conosciuto o da poco “scoperto”; e ciò perché, come teorizzava Francisco de Vitoria, c’è una “universale repubblica delle genti”, c’è un’umanità intera come nuovo soggetto di diritto, c’è una norma fondamentale e originaria che si applica al “totus orbis”, a tutto il mondo. E questa universalità umana, i cui diritti sono inalienabili, è stata poi solennemente affermata nelle grandi Dichiarazioni universali dei diritti dell’uomo e del cittadino, dalla Rivoluzione francese, alle Dichiarazioni universali ed europee successive alla tragedia della seconda guerra mondiale, fino al diritto d’asilo riconosciuto dalla Costituzione italiana.

Contro la società dell’esclusione

Certo, rendere effettivi questi diritti, estesi a tutti gli uomini e a tutte le donne del pianeta, aprire i confini ed i porti, far viaggiare i migranti su treni, aerei e navi di linea e accoglierli nei Paesi di loro scelta, vuol dire buttare all’aria gli egoismi, rinunciare a preservare con ogni mezzo il privilegio di pochi. Vuol dire riconoscere che politica, economia, diritto, devono allestire un mondo che non sia riservato a pochi, ma sia fatto per tutti, vuol dire combattere e vincere, come dice il papa, la società dell’esclusione. Vuol dire cambiare il mondo.

Ma è qualcosa di meno di questo che i preti devono predicare al popolo di Dio, c’è una conversione più a buon mercato di questa a cui i preti devono esortare i loro fedeli? C’è un cristianesimo diverso da questo che i preti devono annunciare a quanti si appellano a un cristianesimo identitario, devotamente atei, che imperversano nelle valli del Veneto?

Presbiteri educati alla scuola del Vangelo, e oggi sensibili alla predicazione di papa Francesco, non dovrebbero essere da meno di quei laici, dello storico Centro per la pace di Viterbo, che  riguardo a quello che c’è da fare oggi per i migranti hanno scritto al governo:

“Egregio Presidente del Consiglio dei Ministri,

lei sa che la rete criminale dei trafficanti di esseri umani trae ingenti profitti dal suo illecito e scellerato mercato solo perché’ ai migranti è proibito dai governi europei di giungere in Europa in modo legale e sicuro.

Non dica che gli accordi in sede di Unione Europea proibiscono all’Italia un atto di umanità peraltro stabilito nella Costituzione della nostra Repubblica; quegli sciagurati accordi che violano superiori e supremi diritti e doveri – il diritto alla vita, il dovere di soccorso – sono già nel comune sentire delle genti e nella coscienza di ogni essere umano null’altro che pactum sceleris, carta straccia e marchio d’infamia.

E non acceda alla barbara idea di impedire di lasciare il suolo africano a migranti innocenti e indifesi – che già hanno attraversato deserti e affrontato pericoli immani e subito vessazioni indicibili – facendoli recludere nei lager libici.

È in suo potere, è in potere del governo italiano, come di tutti i governi dell’Unione Europea, salvare innumerevoli vite riconoscendo a tutte le persone in pericolo, a tutti i migranti, a tutti gli esseri umani, il diritto di ingresso legale e sicuro in Italia e in Europa viaggiando con mezzi di trasporto legali e sicuri”.

Purtroppo questa unità umana, pur affermata dalle religioni, dalle culture e dal diritto, è stata negata lungo tutta la storia ed è di fatto rifiutata anche ora. Per noi, non è rinunciabile. È su questo punto preciso della rivendicazione dell’unità umana che si è prodotto il grande evento del cristianesimo, è su questo punto preciso che, come dice Paolo, si è rivelato il mistero che era rimasto nascosto fin dalla fondazione del mondo.

La cacciata dei migranti negli abissi del mare grida che la Terra è una, che la famiglia umana è una, che c’è un’unità di destino, ci dice che il compito più alto della politica è la realizzazione del bene comune dell’intera comunità umana, e che per farlo, prima ancora della politica, dobbiamo cambiare il nostro cuore.

Raniero La Valle

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