La Costituzione Carlo Magno e un Senato dei popoli

 Discorso di Raniero La Valle per il referendum costituzionale a Perugia il 10 giugno 2016, in un incontro promosso da: Comitato Nazionale Socialista per il No, Comitato dei Socialisti Umbri per il No, Coordinamento per la Democrazia costituzionale, Comitato dei Cattolici del No.

           Questo incontro di Perugia “per il No allo stravolgimento della Costituzione” riunisce,  in diversi Comitati,  socialisti, cattolici, democratici, ex comunisti, partigiani, sindacalisti e dunque riproduce lo spirito stesso della Costituzione che nacque nel ’47 da un incontro di tante libertà diverse, unitesi per generare un popolo alla libertà.

          È proprio questo pluralismo che ora è sotto accusa. Nel nuovo linguaggio fiorentino esso è definito “un’ammucchiata”; ed è questa ammucchiata  che la nuova  Costituzione insieme all’Italicum, avrebbe lo scopo di impedire, come ha detto Renzi  parlando ai Coltivatori diretti a Milano, prima della sconfitta e ha ripetuto poi a La 7 e in ogni altra occasione, dopo la sconfitta.   In questa propaganda del SI si sente tutto il fascino della legge Acerbo, del listone, degli editti bulgari, si sente l’orrore del politicamente diverso. L’idea è che ogni cinque anni, di lustro in lustro, un solo partito deve governare, un solo partito deve dominare il Parlamento, fare le leggi, scrivere la Costituzione, controllare i poteri, un solo partito deve invadere la televisione, decidere le guerre da fare; e siccome c’è la democrazia dopo cinque anni può forse venirne un altro, ma sempre da solo.

E questa è anche la vera ragione della cancellazione del Senato. La ragione è che il permanere del Senato costringerebbe chi comanda a dialogare con altre forze ideali e politiche, perché se questo confronto – grazie a una maggioranza schiacciante – lo si può  evitare alla Camera, non lo si può evitare anche al Senato. Uno può fare una legge Acerbo, può fare una legge truffa, può fare un Italicum per una Camera, ma non lo può fare per tutte e due; allora è meglio abolire una Camera, è meglio invece di avere una democrazia intera avere una democrazia dimezzata, invece di avere una democrazia abbondante, cioè ricca delle idee, delle speranze e dei bisogni di tutti i cittadini, come volevano fare i costituenti del 47, avere una democrazia ridotta, una democrazia sfoltita. Ma il pluralismo, il dialogo, l’incontro tra forze diverse è il senso stesso della democrazia, è la condizione perché si faccia non il bene privato di qualcuno, ma si faccia il bene comune. Invece il pensiero che c’è dietro questa riforma è un pensiero nettamente reazionario: chi ha il potere lo deve avere da solo, non può perdere tempo a confrontarsi e a discutere con gli altri, fossero pure i membri del suo stesso partito: con quelli, ha detto Renzi ci vuole il lanciafiamme. Continua a leggere

Il suicidio dell’Unione Europea

di Luigi Ferrajoli

  1. L’assurda architettura dell’Unione Europea: una federazione in senso giuridico senza unità politica né democrazia – Stiamo assistendo al fallimento di quella che è stata la più straordinaria e promettente innovazione istituzionale del secolo scorso: il progetto di integrazione europea. Questo fallimento è in realtà un suicidio, dato che è stato provocato in gran parte dalle politiche autolesioniste dell’Unione Europea. E’ questo il paradosso che stiamo vivendo: un paradosso ben espresso dal titolo di un recente pamphlet di Jan Zielonka, Disintegrazione. Come salvare l’Europa dall’Unione Europea[1].

Per comprendere le ragioni di questo fallimento-suicidio occorre muovere da un dato di solito misconosciuto. Di solito si lamenta la mancata integrazione istituzionale dell’Europa: il fatto che l’Unione Europea, benché politicamente integrata, non sia ancora, sul piano giuridico e istituzionale, una vera federazione. Io penso invece che questa tesi vada ribaltata. L’attuale ordinamento europeo ha già, a mio parere, i tratti giuridici e istituzionali che sono caratteristici di un ordinamento federale. Sul piano politico, invece, esso è ancora una confederazione, difettando di unità politica, sia al vertice che alla base, nonché dei tratti distintivi della democrazia, sia dei requisiti della sua dimensione rappresentativa o formale che di quelli della sua dimensione costituzionale o sostanziale. E’ a questo assurdo assetto istituzionale che deve farsi risalire gran parte delle cause della crisi in atto.

In che cosa consiste, infatti, una federazione? Di ‘federalismo’ e di ‘federazione’ sono state date innumerevoli definizioni, così come sono innumerevoli ed eterogenei gli ordinamenti che, al di là del modello federale inaugurato dagli Stati Uniti, si sono qualificati come “federazioni” o “Stati federali”, nonché gli aspetti e le dimensioni nelle quali l’espressione “federalismo” può essere declinata[2]. Ci sono però due tratti distintivi degli ordinamenti federali che li distinguono, sul piano giuridico, da un lato dalle semplici alleanze o confederazioni di Stati e, dall’altro, dagli Stati nazionali. Il primo di questi tratti è la distribu­zione delle funzioni di governo e delle relative competenze tra istituzioni dello Stato federale e istituzioni degli Stati federati e la comunanza delle funzioni e delle competenze federali a tutti gli Stati membri o federati. Il secondo tratto distintivo, connesso al primo e ancor più importante, è la pro­duzione, ad opera delle istituzioni federali, di norme e decisioni che en­trano direttamente in vigore negli ordina­menti federati senza la necessità della loro ratifica parlamentare, richiesta invece per la recezione negli ordinamenti statali delle norme dettate dai trattati internazionali[3]. Il primo connotato, cioè l’articolazione multilivello delle funzioni e delle competenze, distingue le federazioni dagli stati nazionali. Il secondo, cioè la diretta potestà normativa delle istituzioni comuni, le distingue dalle semplici alleanze o confederazioni. Per questo possiamo dire che il federalismo è sempre una questione di grado. Precisamente, diremo, il grado di federa­lismo di un sistema politico si misura dalla quantità e dalla qualità delle funzioni pubbliche affidate a istituzioni federali, cioè comuni a tutti gli Stati federati, e perciò dalla quantità e dalla qualità delle fonti normative anch’esse comuni a tutti gli Stati federati perché, appunto, di livello federale. Continua a leggere

Vangelo e Costituzione

 

di Raniero La Valle

(all’Abbazia di Monteveglio il 19 dicembre 2015 nella liturgia in morte di Sandro Baldini)

Le morti non sono tutte eguali. Ogni morte ha il suo codice di lettura. Sandro stesso ci ha dato la chiave di lettura per capire la sua. Se quella di don Dossetti, che lui aveva accompagnato come medico con grande amore, era stata una morte attesa con “fervore”, la sua sarebbe stata una morte con dolcezza. Me l’ha detto quando, informandomi qualche mese fa della sua malattia, mi spiegò come si sentisse tranquillo, perché come il guerriero del salmo 127 aveva la sua faretra piena di frecce, che erano i suoi figli, e perciò non aveva da temere quando, come dice il salmo, sarebbe venuto “alla porta a trattare con i propri nemici”.

La trattativa col nemico era la trattativa con la morte, ma lui sapeva che quel nemico sarebbe stato solo provvisoriamente vittorioso perché, uomo della Parola, aveva appreso dalla lettera ai cristiani di Corinto che quel nemico, sia pure per ultimo, sarebbe stato sconfitto. E intanto lui l’avrebbe affrontato con dolcezza e con la gioiosa sicurezza di avere molte frecce al suo arco, non solo gli undici figli, ma l’amatissima moglie, i diciannove meravigliosi nipoti, gli amici.

Sandro viveva e pregava con i salmi. E il salmo 127 ieri ha fatto il giro del web, perché così in rete è stato ricordato dagli amici e dai compagni di lotta. Quel salmo che egli aveva citato per dare conto della sua morte, raccontava in realtà anche il senso della sua vita. È infatti il canto di una “Salita” al monte del Signore, fatta in un totale abbandono a Dio. Dice infatti: “Se il Signore non costruisce la casa invano si affaticano i costruttori, se il Signore non vigila sulla città invano veglia la sentinella”. L’abbandono in Dio che Sandro aveva appreso alla scuola di Dossetti non significava però che non dovesse affaticarsi per costruire la casa e che come sentinella non dovesse vigilare sulla città. E questo egli ha fatto quando si è messo di sentinella per salvare la Costituzione senza sapere quanto lunga sarebbe stata la notte. Continua a leggere

Servire, non servirsi

di Walter Tocci   (Articolo pubblicato su L’Unità del 26 Marzo 2014)

Il nesso tra legge elettorale e nuovo Senato è discusso con preoccupante superficialità. Se ne fa una questione di calendario, senza badare alla sostanza. L’Italicum consente a una minoranza sostenuta dal 20% degli aventi diritto al voto di arrivare al governo, potendo contare su deputati non scelti dagli elettori e non avendo risolto il conflitto di interessi, con la strada aperta al Quirinale e a modifiche più gravi della Costituzione.
Si tratta di un worst case scenario, certo, che potrebbe diventare un presidenzialismo selvaggio senza bilanciamenti se si indebolisse anche la funzione politica del Senato facendone il dopolavoro degli amministratori locali. Il capo del governo non avrebbe difficoltà a concedere qualcosa agli interessi locali per ottenere il consenso dei nuovi senatori non eletti direttamente dal popolo e quindi sprovvisti delle garanzie dell’articolo 67 della Carta. Non avrebbero, infatti, la libertà di mandato e non rappresenterebbero la nazione intera, poiché sarebbero obbligati all’indirizzo di governo dell’Ente di provenienza, come ammette in parte il testo del governo.
Se si insiste con l’Italicum – si spera con qualche miglioramento – ci serve un forte Senato delle garanzie che, in regime bicamerale, si occupi di alta legislazione, della Costituzione, dei Codici dei diritti fondamentali, dell’ordinamento istituzionale e del controllo dell’attività statale. Funzioni tanto delicate richiedono l’elezione da parte dei cittadini con un’apposita legge elettorale non finalizzata alla governabilità, perché in questa assemblea mancherebbe il voto di fiducia; sarebbero inoltre dimezzati il numero di senatori e le rispettive indennità. Si passerebbe dal bicameralismo perfetto al bicameralismo delle garanzie con una chiara distinzione di compiti, alla Camera il governo del Paese e al Senato l’attuazione dei principi costituzionali.
Curando la qualità dell’ordinamento si renderebbe più agevole il governo non solo a livello nazionale, ma anche nelle Regioni e nei Comuni. Il Titolo V è fallito perché il Parlamento, dopo aver decentrato i poteri, ha continuato a legiferare al vecchio modo, con norme di dettaglio che hanno deteriorato le relazioni Stato-Regioni, senza una vera autonomia fiscale e senza riformare la macchina statale in funzione dei nuovi poteri locali. Ora si vuole tornare al centralismo statale, ma per non farlo vedere si getta fumo negli occhi con la retorica del Senato federale, che avrebbe il compito davvero modesto di dirimere il contenzioso. Sarebbe più saggio prevenirlo, innalzando la qualità delle leggi con la Camera Alta.
Viene spesso usato a sproposito l’esempio del Bundestrat, dimenticando che il sistema tedesco non solo è bilanciato ma non si darebbe mai una legge elettorale con l’abnorme premio di maggioranza dell’Italicum. E soprattutto ha saputo recuperare il divario con le regioni dell’Est in soli venti anni. Da noi la tensione Nord-Sud si è accentuata senza arrivare alla frattura, ma solo in virtù della mediazione svolta dai partiti nazionali di destra e di sinistra, pur con le loro debolezze; l’aver contenuto la scissione leghista negli anni Novanta è l’unico merito di Berlusconi. Nel Senato federale, peraltro non previsto nel nostro programma elettorale, si formerebbero invece maggioranze di regioni forti contro quelle deboli e ciò, in assenza di mediazione politica, potrebbe portare alla rottura dell’unità nazionale. L’Italia è l’unico paese europeo che non può permettersi di poggiare la rappresentanza parlamentare sulla frattura territoriale.
È ancora possibile discuterne o già è tutto deciso? La qualità di una riforma costituzionale dipende in gran parte dalle finalità e dal modo in cui viene dibattuta. Tutti i cambiamenti apportati durante la Seconda Repubblica si sono rivelati sbagliati perché vincolati a ragioni politiche contingenti. Nel 2006 la destra cercò la propria stabilizzazione stravolgendo la Carta, che fu salvata in extremis dai cittadini nel referendum. La sinistra invece ha cambiato il Titolo V per inseguire Bossi, ha introdotto lo ius sanguinis del voto all’estero per dare sponda a Fini, ha sigillato il pareggio di bilancio – di cui oggi si chiede la deroga – per dare retta a Monti. Renzi rischia di ripetere vecchi errori e si spinge fino a minacciare la crisi politica per ottenere la cancellazione del Senato. Una sorta di voto di fiducia al governo in materia costituzionale: è allarmante che non desti allarme.
Se la nuova classe politica vuole superare davvero il ventennio non prosegua a cambiare le istituzioni secondo i propri fini politici. Non bisogna servirsi della Costituzione, ma servire la Costituzione migliorandola.

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PER UN PARLAMENTO COSTITUENTE A BRUXELLES

ASSEMBLEA PROMOSSA DA ECONOMIA DEMOCRATICA – SBILANCIAMOCI – COMITATI DOSSETTI PER LA COSTITUZIONE

 

Roma 12 aprile 2014 ORE 10 al Centro Congressi di Via dei Frentani 4

EGUAGLIANZA E INCLUSIONE IN ITALIA E IN EUROPA  

 

Ore 10 – Inizio dei lavori (Raniero La Valle)

Democrazia contro esclusione

 

Prima relazione (prof. Luigi Ferrajoli)

Dall’Europa dei poteri all’Europa dei diritti e delle garanzie

 

Seconda relazione (prof. Claudio Gnesutta)

Quale economia per un’Europa democratica

 

Europa e Costituzione (Pier Virgilio Dastoli, presidente del Movimento europeo)

Interventi

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Le elezioni per il Parlamento europeo avvengono nel segno di un rovesciamento. Il sogno dell’Europa unita si sta trasformando in un incubo. In Grecia le famiglie devono scegliere se comprare la luce, il cibo o le medicine. In Italia imprenditori si suicidano perché nessuno paga i loro crediti. In Francia e in altri Paesi fondatori della Comunità europea il principale emigrante è diventato il lavoro, che va dove è più abbondante ed è meno pagato e non ha alcun diritto. L’ideale politico dell’Europa unita, che avrebbe dovuto realizzarsi col superamento degli Stati nazionali e l’instaurazione della pace, è naufragato in un arretramento della politica che ha ceduto all’economia, alla finanza e al denaro, nel frattempo diventato euro, il governo della società e la sovranità che dai popoli europei avrebbe dovuto passare al popolo dell’Europa.

In questo contesto le politiche antisociali di rigore imposte dagli organi comunitari in ossequio ai mercati finanziari stanno producendo, in gran parte dell’Unione, una recessione che pesa interamente sui ceti più deboli, provocando un aumento della povertà e della disoccupazione e una riduzione delle prestazioni dello Stato sociale. Ne risulta minato il processo di integrazione, ben prima che sul piano politico e istituzionale, nella coscienza e nel senso comune di gran parte delle popolazioni europee. L’unità del nostro continente richiede infatti lo sviluppo di un senso di appartenenza a una medesima comunità, quale solo può provenire dall’uguaglianza nei diritti, oggi smentita dalla crescente diseguaglianza tra popoli del nord e popoli del sud dell’Europa, non soltanto nei diritti sociali, garantiti ai primi e sempre meno ai secondi, ma anche nei diritti politici, essendo incomparabile il peso, ai fini del governo dell’Unione, del diritto di voto nei Paesi più ricchi e in quelli più poveri.

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PER UN PARLAMENTO COSTITUENTE A BRUXELLES

ASSEMBLEA PROMOSSA DA ECONOMIA DEMOCRATICA – SBILANCIAMOCI – COMITATI DOSSETTI PER LA COSTITUZIONE

 Roma 12 aprile 2014 ore 10,00 al Centro Congressi di Via dei Frentani 4

 EGUAGLIANZA E INCLUSIONE IN ITALIA E IN EUROPA  

     Le elezioni per il Parlamento europeo avvengono nel segno di un rovesciamento. Il sogno dell’Europa unita si sta trasformando in un incubo. In Grecia le famiglie devono scegliere se comprare la luce, il cibo o le medicine. In Italia imprenditori si suicidano perché nessuno paga i loro crediti. In Francia e in altri Paesi fondatori della Comunità europea il principale emigrante è diventato il lavoro, che va dove è più abbondante ed è meno pagato e non ha alcun diritto. L’ideale politico dell’Europa unita, che avrebbe dovuto realizzarsi col superamento degli Stati nazionali e l’instaurazione della pace, è naufragato in un arretramento della politica che ha ceduto all’economia, alla finanza e al denaro, nel frattempo diventato euro, il governo della società e la sovranità che dai popoli europei avrebbe dovuto passare al popolo dell’Europa.

In questo contesto le politiche antisociali di rigore imposte dagli organi comunitari in ossequio ai mercati finanziari stanno producendo, in gran parte dell’Unione, una recessione che pesa interamente sui ceti più deboli, provocando un aumento della povertà e della disoccupazione e una riduzione delle prestazioni dello Stato sociale. Ne risulta minato il processo di integrazione, ben prima che sul piano politico e istituzionale, nella coscienza e nel senso comune di gran parte delle popolazioni europee. L’unità del nostro continente richiede infatti lo sviluppo di un senso di appartenenza a una medesima comunità, quale solo può provenire dall’uguaglianza nei diritti, oggi smentita dalla crescente diseguaglianza tra popoli del nord e popoli del sud dell’Europa, non soltanto nei diritti sociali, garantiti ai primi e sempre meno ai secondi, ma anche nei diritti politici, essendo incomparabile il peso, ai fini del governo dell’Unione, del diritto di voto nei Paesi più ricchi e in quelli più poveri.

Proprio in questi ultimi Paesi, nei quali fu più entusiasta e pressoché unanime l’adesione all’Unione, sta perciò sviluppandosi un antieuropeismo rabbioso, che si manifesta in una crescita delle destre xenofobe e populiste, nel rifiuto dell’integrazione, nella richiesta di uscita dall’eurozona oppure, nel migliore dei casi, in una disincantata delusione. Sta così accadendo che il mercato comune e la moneta unica, che i padri costituenti dell’Europa concepirono e progettarono come fattori di unificazione, sono oggi diventati, in assenza di politiche economiche comuni e solidali, altrettanti fattori di conflitto e di divisione.

L’identità europea perciò sta cambiando natura: non più l’Europa sociale dei diritti, fino a pochi anni fa percepita in tutto il mondo come un modello di civiltà, bensì un’Europa indebolita economicamente e politicamente e in preda, di nuovo, agli egoismi nazionalistici, alle pretese egemoniche, ai populismi, ai reciproci rancori che hanno sostituito l’originario spirito unitario e impediscono ogni contributo europeo alla crescita di un vero umanesimo mondiale.

Di fronte al precipitare di questa crisi verso esiti imprevedibili e infausti, la sola alternativa, a noi, cittadini italiani e europei, appare la rifondazione costituzionale di un’Europa federale e sociale. Per questo, in vista delle prossime elezioni del Parlamento europeo, chiediamo a tutte le forze politiche che hanno a cuore il futuro dell’Unione di promuovere l’attribuzione di funzioni costituenti al nuovo Parlamento, quale Assemblea Costituente Europea.

Il compito di tale Parlamento costituente dovrebbe essere quello di dotare l’Unione di una Costituzione che, nel quadro delle garanzie nonché dei limiti e vincoli ai poteri, ben noti alla tradizione costituzionale europea, stabilisca l’eguaglianza nei diritti e nei doveri di tutti i cittadini europei, così realizzandone una vera unità politica. Si tratta da un lato di riprendere e finalmente portare a buon esito l’antica lotta per l’eguaglianza, irrinunciabile obiettivo non solo di ogni sinistra ma di ogni umanesimo, dall’altro di intraprendere la nuova lotta per l’inclusione politica economica e sociale di grandi masse di popolazione oggi emarginate, scartate, tenute fuori dal lavoro, dal godimento dei beni comuni, dai confini ideali o fisici dell’Europa e dalla stessa vita.

La Carta dovrebbe disegnare altresì le istituzioni della Comunità, interdire indebite sovranità a cominciare da quelle del denaro, della finanza e dei mercati, e stabilire una gerarchia delle norme per la quale tutta la legislazione europea e gli stessi Trattati derivino la propria legittimità dalla conformità alla Costituzione e siano soggetti al controllo di costituzionalità.

Questa è la vera, nuova, grande opportunità che si apre. Non è vero che dopo la crisi dell’euro e dopo il governo Renzi non resta che il diluvio. Dopo la transizione oggi in atto in Europa e in Italia, resta da rilanciare la Costituzione, resta da passare alla democrazia.

 LE MOTIVAZIONI DEL MANIFESTO

I firmatari di questo manifesto ritengono che solo una Costituzione approvata da un Parlamento costituente può segnare il passaggio dell’Unione Europea dall’attuale dimensione internazionale alla dimensione costituzionale: quale sistema federale generato non più da Trattati, bensì da un potere politico costituente legittimato dal voto dell’intero elettorato europeo. Solo un Parlamento dotato di poteri costituenti e ugualmente rappresentativo di tutta la popolazione europea, d’altro canto, può oggi rifondare una sicura legittimazione democratica e costituzionale dell’Unione, secondo il modello degli Stati federali: con l’attribuzione di funzioni legislative a un Parlamento eletto su liste elettorali europee; con l’istituzione di un governo federale ad esso vincolato da un rapporto di fiducia o comunque eletto anch’esso su basi europee; con una banca centrale dotata dei poteri di tutte le banche centrali, una fiscalità comune e un governo comune dell’economia.

Solo una vera Costituzione europea che garantisca l’effettiva uguaglianza di tutti i cittadini europei nei diritti di libertà e nei diritti sociali e, per altro verso, la sottrazione al mercato e l’accessibilità a tutti di beni comuni o fondamentali come l’acqua, l’aria e gli altri beni vitali, può restaurare nel senso comune il sentimento di coesione e di appartenenza all’Unione e, insieme, provocare un’inversione di rotta delle politiche economiche dell’Europa: non più le politiche di rigore che finora hanno avuto il solo effetto di accrescere la disuguaglianza e di aggravare la crisi, ma politiche di sviluppo finalizzate alla piena occupazione e alla garanzia dei diritti di tutti i cittadini europei.

È evidente che fin dai primi passi di tale processo costituente il Parlamento e i governi dovranno provvedere a correggere gli accordi le direttive e le politiche che più vistosamente sono in contrasto con il progetto di un’Europa veramente civile, mediante una drastica revisione del cosiddetto fiscal compact, la cui attuazione provocherebbe un disastroso aggravamento della crisi per tutti i popoli del sud Europa a cominciare dall’Italia, dei two pack  nonché degli altri regolamenti che tolgono ogni strumento di politica economica dalle mani degli Stati. Si dovrà inoltre – come già accenna a fare una direttiva europea sugli strumenti dei mercati finanziari – porre sotto controllo pratiche speculative estreme come quelle realizzate con gli scambi ad alta velocità, i derivati non regolamentati e le borse alternative “oscure”; occorrerà, vincendo le resistenze tedesche, conferire alla Banca Centrale Europea il ruolo di prestatore di ultima istanza dell’Unione; bisognerà introdurre l’imposta sulle transazioni finanziarie, correggere gli squilibri prodotti dai movimenti di capitale, reintrodurre la divisione tra banche commerciali e banche d’investimento, impedire la stipulazione a favore delle multinazionali del Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti e mettere in cantiere un grande piano europeo per il lavoro.

Per concepire e attuare riforme e politiche di questo tipo i tempi, nonostante le apparenze, sono favorevoli, e ciò per due circostanze concomitanti. La prima è la gravità stessa della crisi che persuade milioni di persone della necessità di un cambiamento radicale ai fini della stessa salvaguardia del mondo. La seconda è la comparsa inaspettata sulla scena di una critica drastica al capitalismo finanziario oggi dominante in Europa e nel mondo, che proviene, oltre che dagli economisti più illustri e indipendenti,  da una fonte del tutto estranea alla vecchia analisi marxista, ma a sua volta persuasa della possibilità e ineludibilità di un mutamento di sistema: è la critica formulata dal papa Francesco al dominio incontrollato del denaro che, come ha scritto anche ai signori dell’economia mondiale recentemente riuniti a Davos, è fatto “non per governare ma per servire”, è la sua  denuncia delle ideologie che si pongono a sostegno dell’assoluta autonomia dei mercati, della speculazione finanziaria e della società dell’esclusione e dello “scarto”, il suo rifiuto delle teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesca a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo, il suo invito a una rifondazione di sistema, finanziaria ed etica “che produca a sua volta una riforma economica salutare per tutti”.

Questo compito tocca naturalmente alla politica. Tenendo conto però dell’autorità della fonte da cui proviene questa istanza di cambiamento e dell’immensa platea di quanti se ne possono sentire chiamati in causa e coinvolti, si può dire che l’azione politica per un rinnovamento profondo dell’Europa e dell’ordine economico mondiale può trovare oggi, in aggiunta a quanti già in tutto il mondo hanno lottato e lottano per questi obiettivi, una ulteriore base di massa. Le elezioni europee possono essere la prima grande occasione per mettere questa possibilità alla prova.

Proposte sul Senato di Tocci e Dogliani

Due proposte per la riforma (non la soppressione) del Senato

Nuovo bicameralismo: al Senato le garanzie, alla Camera il governo

di Walter Tocci

Il dibattito sul bicameralismo parte molto male. Come succede spesso nel discorso pubblico italiano si cercano risposte corrette a domande sbagliate. Come è accaduto in tutte le modifiche costituzionali della Seconda Repubblica si rischia di peggiorare, anziché riformare, l’assetto istituzionale. Occorrono almeno tre passi indietro per ripartire in una prospettiva diversa.

TRE PASSI INDIETRO

Plebeismo costituzionale

Per ridurre i costi della politica i senatori non verrebbero più eletti dal popolo ma nominati dai consiglieri regionali e scelti tra gli stessi consiglieri. La proposta esalta il ruolo di questa parte della classe politica che è la più lontana dal controllo sia dell’opinione pubblica nazionale sia della partecipazione municipale. Si ottiene così un risultato paradossale: per combattere la Casta si affida esclusivamente al ceto politico la nomina dei membri del Senato. Con un messaggio chiaro. Vale tanto poco la Camera alta da diventare una sorta di “dopolavoro” di politici che dovrebbero essere già molto impegnati nella cura dei rispettivi territori. Poi è inutile lamentarsi dei tanti incarichi dei Mastrapasqua di turno.

Altro che riforma, questo è un “plebeismo costituzionale” che arriva a degradare il modello istituzionale per offrire una finta risposta alla seria questione della Casta. Oltretutto è una soluzione inutile, poiché sono disponibili strumenti più diretti e più semplici per ridurre i costi della politica. Basta diminuire il numero dei  parlamentari. E si possono dimezzare gli emolumenti – come proposi alla prima assemblea dei Gruppi all’inizio della legislatura – eliminando le risorse che i parlamentari devolvono al finanziamento dei partiti e ai servizi di gestione del mandato sul territorio. Rimuovere questa impropria partita di giro consente di uscire dall’attuale anomalia di emolumenti più alti e costi dei servizi più bassi rispetto ai parlamenti europei. Continua a leggere