La peggiore riforma 

– Gaetano Azzariti, Lorenza Carlassare, Gianni Ferrara, Alessandro Pace, Stefano Rodotà, Massimo Villone, 13.10.2015 

La proposta di legge costituzionale che il Senato voterà oggi dissolve l’identità della Repubblica nata dalla Resistenza. È inaccettabile per il metodo e i contenuti; lo è ancor di più in rapporto alla legge elettorale già approvata.

Nel metodo: è costruita per la sopravvivenza di un governo e di una maggioranza privi di qualsiasi legittimazione sostanziale dopo la sentenza con la quale la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità del «Porcellum». Molteplici forzature di prassi e regolamenti hanno determinato in Parlamento spaccature insanabili tra le forze politiche, giungendo ora al voto finale con una maggioranza raccogliticcia e occasionale, che nemmeno esisterebbe senza il premio di maggioranza dichiarato illegittimo.

Nei contenuti: la cancellazione della elezione diretta dei senatori, la drastica riduzione dei componenti — lasciando immutato il numero dei deputati — la composizione fondata su persone selezionate per la titolarità di un diverso mandato (e tratta da un ceto politico di cui l’esperienza dimostra la prevalente bassa qualità) colpiscono irrimediabilmente il principio della rappresentanza politica e gli equilibri del sistema istituzionale. Non basta l’argomento del taglio dei costi, che più e meglio poteva perseguirsi con scelte diverse. Né basta l’intento dichiarato di costruire una più efficiente Repubblica delle autonomie, smentito dal complesso e farraginoso procedimento legislativo, e da un rapporto Stato-Regioni che solo in piccola parte realizza obiettivi di razionalizzazione e semplificazione, determinando per contro rischi di neo-centralismo.

Il vero obiettivo della riforma è lo spostamento dell’asse istituzionale a favore dell’esecutivo. Una prova si trae dalla introduzione in Costituzione di un governo dominus dell’agenda dei lavori parlamentari. Ma ne è soprattutto prova la sinergia con la legge elettorale «Italicum», che aggiunge all’azzeramento della rappresentatività del Senato l’indebolimento radicale della rappresentatività della Camera dei deputati. Ballottaggio, premio di maggioranza alla singola lista, soglie di accesso, voto bloccato sui capilista consegnano la Camera nelle mani del leader del partito vincente — anche con pochi voti — nella competizione elettorale, secondo il modello dell’uomo solo al comando. Ne vengono effetti collaterali negativi anche per il sistema di checks and balances. Ne risente infatti l’elezione del Capo dello Stato, dei componenti della Corte costituzionale, del CSM. E ne esce indebolita la stessa rigidità della Costituzione. La funzione di revisione rimane bicamerale, ma i numeri necessari sono alla Camera artificialmente garantiti alla maggioranza di governo, mentre in Senato troviamo membri privi di qualsiasi legittimazione sostanziale a partecipare alla delicatissima funzione di modificare la Carta fondamentale.

L’incontro delle forze politiche antifasciste in Assemblea costituente trovò fondamento nella condivisione di essenziali obiettivi di eguaglianza e giustizia sociale, di tutela di libertà e diritti. Sul progetto politico fu costruita un’architettura istituzionale fondata sulla partecipazione democratica, sulla rappresentanza politica, sull’equilibrio tra i poteri.

Il disegno di legge Renzi-Boschi stravolge radicalmente l’impianto della Costituzione del 1948, ed è volto ad affrontare un momento storico difficile e una pesante crisi economica concentrando il potere sull’esecutivo, riducendo la partecipazione democratica, mettendo il bavaglio al dissenso. Non basta certo in senso contrario l’argomento che la proposta riguarda solo i profili organizzativi.

L’impatto sulla sovranità popolare, sulla rappresentanza, sulla partecipazione democratica, sul diritto di voto è indiscutibile. Più in generale, l’assetto istituzionale è decisivo per l’attuazione dei diritti e delle libertà di cui alla prima parte, come è stato reso evidente dalla sciagurata riforma dell’articolo 81 della Costituzione.

Bisogna dunque battersi contro questa modifica della Costituzione. Facendo mancare il voto favorevole della maggioranza assoluta dei componenti in seconda deliberazione. E poi con una battaglia referendaria come quella che fece cadere nel 2006, con il voto del popolo italiano, la riforma — parimenti stravolgente — approvata dal centrodestra.

© 2015 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

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DA COSSIGA A RENZI IL LUNGO ATTACCO AL REGIME DEMOCRATICO

Che cosa si può fare per sventare la minaccia

L’impegno del Coordinamento Democrazia costituzionale

di Domenico Gallo

  1. Le riforme costituzionali ed elettorali: una discussione insensata lunga oltre un ventennio.

Dopo il 1989 in Italia si è avviata all’interno del sistema politico un’accesa discussione sull’esigenza di profonde riforme costituzionali ed elettorali. La discussione è partita dal vertice del potere politico. Una grande riforma della Costituzione italiana è stata richiesta dal Presidente della Repubblica dell’epoca, Francesco Cossiga, il quale avvalendosi dei suoi poteri presidenziali, mandò un formale messaggio alle Camere (ex art. 87, secondo comma della Costituzione) il 26 giugno del 1991, pressando il Parlamento ad attuare una profonda riforma della Costituzione, che avrebbe dovuto portare ad una modificazione della forma di Governo, della forma di Stato, del sistema dell’indipendenza della magistratura. In aggiunta Cossiga chiedeva anche una riforma elettorale per superare il sistema proporzionale a favore di un sistema maggioritario.

In pratica con il suo messaggio il Capo dello Stato dichiarava obsoleto il modello di democrazia costituzionale prefigurato dai Costituenti in quanto frutto di esigenze contingenti collegate ad una situazione internazionale (la guerra fredda) superata dalla Storia. La drammatica spaccatura creata dalla guerra fredda avrebbe indotto i Costituenti ad organizzare un potere “debole” custodito da garanzie “forti”. Osservava Cossiga nel suo messaggio che:

Era naturale che ciò accadesse perché, essendosi delineati, dopo la fine della collaborazione di governo dei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, due schieramenti contrapposti, nessuno arrivava a prevedere con certezza quali equilibri si sarebbero costituiti e quali maggioranze avrebbero governato il Paese e più che all’efficienza del sistema si pensava all’adozione di una struttura di equilibri e di mutua garanzia.

In altre parole, tutti immaginarono di poter essere collocati all’opposizione e programmarono perciò un sistema di controlli ad elevatissima sensibilità e grado d’allarme, tale da risultare, per alcuni versi, quasi paralizzante; insomma bisognava controassicurarsi avverso l’ipotesi di un esecutivo forte e stabile, anche a costo di un sistema complessivo debole, ma eminentemente garantista.” Continua a leggere

Montenegro: “Tante bibbie e corani sui barconi”

L’arcivescovo di Agrigento esorta a “riconoscere Cristo nei migranti”, altrimenti “saremmo degli atei”

Roma, 26 Agosto 2015 (ZENIT.org)

“L’emigrazione non è il male, ma il sintomo dell’ingiustizia che esiste nel mondo. Soltanto quando riusciremo ad eliminare l’ingiustizia, l’emigrazione diminuirà”. Queste le parole del cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, durante una conversazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre.

Nel novembre 2013 il porporato ha preso parte ad un incontro organizzato da ACS a Bruxelles al fine di descrivere ai rappresentanti dell’Unione europea il contesto in cui si era verificata la tragedia di Lampedusa, in cui hanno perso la vita oltre 300 persone. A distanza di due anni, la condizione dei molti profughi che giungono sulle nostre coste continua a peggiorare.

“La situazione sempre più grave – racconta l’arcivescovo ad ACS – perché sempre più gente è costretta a fuggire”. Se qualche hanno fa erano più che altro ragioni economiche a spingere migliaia di persone a cercare una vita migliore in Italia e in Europa, oggi il viaggio attraverso il Mediterraneo avviene per un maggior numero di motivazioni, quali “la guerra, la fame e la persecuzione religiosa”. Continua a leggere

Il nome della cosa

di Raniero La Valle – da Il Manifesto, 8-8-2015

Papa Fran­ce­sco aveva già detto, dopo un’ennesima strage di migranti al largo di Lam­pe­dusa: «È una ver­go­gna». Que­sta ver­go­gna non ha fatto che ripe­tersi, per mesi, e c’è anche qual­cuno che si ral­le­gra per­ché l’Europa adesso mostre­rebbe un po’ più di sen­si­bi­lità, c’è per­fino una nave irlan­dese che par­te­cipa alle ope­ra­zioni di tumu­la­zione nel Medi­ter­ra­neo di cen­ti­naia e cen­ti­naia di pro­fu­ghi, men­tre una parte ne salva.

Intanto la Fran­cia sigilla la fron­tiera di Ven­ti­mi­glia, l’Inghilterra sta­bi­li­sce una linea Magi­not all’ingresso dell’Eurotunnel della Manica, l’Ungheria alza un muro e l’Italia è tutta con­tenta per­ché ha posto fine all’unica cosa buona che era riu­scita a fare, l’operazione «Mare Nostrum», ed è rien­trata nei ran­ghi dell’Europa per­ché sia chiaro che la vita negata ai pro­fu­ghi non è una scelta solo dell’Italia, ma è un sacri­fi­cio col­let­tivo che tutta l’Europa offre a se stessa avendo ces­sato di essere umana.

Ed ecco che il papa Fran­ce­sco dà il nome alla cosa: respin­gere i pro­fu­ghi è guerra, e cac­ciare via da un Paese, da un porto, da una sponda i migranti abban­do­nati al mare, è vio­lenza omicida.

Lo dice nell’anniversario del delitto fon­da­tore di que­sta fase della moder­nità, lo dice nei giorni di Hiro­shima e Nagasaki.

Quando aveva denun­ciato che la guerra mon­diale non era finita, per­ché nella glo­ba­liz­za­zione si sta com­bat­tendo una guerra mon­diale «a pezzi», era sem­brato che par­lasse per meta­fore; ma oggi mette le cose in chiaro: la guerra è que­sta, i garan­titi con­tro i dispe­rati, un mondo che voleva abo­lire le fron­tiere e ne ha alzate altre più spie­tate e inva­li­ca­bili, con­tro un’umanità senza patria né asilo che invano cerca salvezza.

E se è una guerra, una guerra non dichia­rata e non tute­lata da alcun diritto, nem­meno uma­ni­ta­rio, gli atti che vi si com­piono sono cri­mini di guerra. E que­sto vale per le vit­time in fuga dalla Bir­ma­nia nell’Oceano Indiano, a cui il papa spe­ci­fi­ca­mente si rife­riva, e vale per le vit­time che non rie­scono ad attra­ver­sare senza soc­com­bere la fossa comune del Mediterraneo.

Sono mesi e mesi che i siti non­vio­lenti, paci­fi­sti, o sem­pli­ce­mente umani, denun­ciano que­sti delitti per­pe­trati dai governi euro­pei, com­preso il nostro, sol­le­ci­tano appelli e firme dei cit­ta­dini per­ché ci si risolva a dare l’unica solu­zione vera al pro­blema, che è quella di aprire le fron­tiere, rico­no­scere l’antico diritto umano uni­ver­sale di migrare, per­met­tere ai pro­fu­ghi e ai fug­gia­schi di viag­giare al sicuro su treni, navi e aerei di linea. E sono mesi che siti nostal­gici e inte­gra­li­sti, invi­diosi di papa Fran­ce­sco, cer­cano di scre­di­tarlo lamen­tan­done la popo­la­rità, e ral­le­gran­dosi se quando parla ai poveri e ai movi­menti popo­lari, come ha fatto in Boli­via, il mondo per bene con i suoi media nean­che lo ascolta.

La verità è che papa Fran­ce­sco è l’unico che oggi ha parole all’altezza del dramma sto­rico che stiamo vivendo. Gli scar­tati della terra sono i veri sog­getti sto­rici attorno a cui si deve costruire la nuova con­vi­venza, sono il ful­cro dell’umanità di domani. E la giu­sti­zia e il diritto devono garan­tire la «casa comune» e tutti i suoi abi­tanti, a comin­ciare dal diritto a vivere, a pren­dere terra, a ripo­sarsi sotto qual­siasi sole. Que­sto dice il papa, e non è una cosa impos­si­bile, è solo una cosa non ancora avvenuta.
Raniero La Valle

Italia, “stabile” la povertà assoluta Oltre 4 milioni gli indigenti

Rapporto Istat 2014. Sono 1 milione e 470 mila le famiglie in condizione di povertà assoluta, il 5,7% di quelle residenti, per un totale di 4 milioni di persone. Migliora la situazione delle coppie con figli e delle famiglie con a capo una persona tra i 45 e i 54 anni

15 luglio 2015

ROMA – Povertà assoluta stabile nel 2014 rispetto all’anno precedente: sono 1 milione e 470 mila famiglie (5,7 per cento di quelle residenti) in condizione di povertà assoluta, per un totale di 4 milioni 102 mila persone (6,8 per cento della popolazione residente). Lo rileva l’Istat nel rapporto ”La povertà in Italia” nel 2014 presentato oggi. Un report che introduce “modifiche sostanziali” nella rilevazione della povertà, spiega l’Istat, con dati che provengono dall’indagine sulle spese delle famiglie e non più da quella sui consumi. Dati da usare con cautela, specifica l’Istat, e non solo nel confronto con le stime degli anni precedenti (ricalcolate nel nuovo report): se i numeri della povertà assoluta sembrano diminuire tra il 2013 e il 2014, bisogna tener conto degli errori statistici. Stando al report, infatti, le persone in povertà assoluta in Italia sono passate da 4,42 milioni a 4,1 (318 mila persone in meno), mentre le famiglie in povertà assoluta sono diminuite di 144 mila unità (da 1,61 milioni a 1,47). Tuttavia, spiega l’Istat, “considerando l’errore campionario, il calo rispetto al 2013 del numero di famiglie e di individui in condizioni di povertà assoluta (pari al 6,3 e al 7,3 per cento rispettivamente), non è statisticamente significativo (ovvero non può essere considerato diverso da zero)”. Il dato positivo da registrare, quindi, è quello che dopo due anni di aumento l’incidenza della povertà assoluta si mantiene stabile su tutto il territorio italiano.

Migliora la situazione delle coppie con figli
Andando nel dettaglio, secondo l’Istat migliora la situazione delle coppie con figli (tra quelle che ne hanno due l’incidenza di povertà assoluta passa dall’8,6 al 5,9 per cento), e delle famiglie con a capo una persona tra i 45 e i 54 anni (dal 7,4 al 6 per cento). La povertà assoluta diminuisce anche tra le famiglie con a capo una persona in cerca di occupazione (dal 23,7 al 16,2 per cento), a seguito del fatto che più spesso, rispetto al 2013, queste famiglie hanno al proprio interno occupati o ritirati dal lavoro Continua a leggere

ALTRO CHE GRECIA!

Documento finale dell’incontro mondiale dei movimenti sociali con papa Francesco in Bolivia

Santa Cruz de la Sierra 7-8-9 luglio 2015

Dopo tre giorni di discussioni, l’incontro Mondiale del Movimenti Popolari ha elaborato il suo documento finale. Hanno partecipato all’evento circa 1500 persone di organizzazioni di 40 paesi. Gli assi dei dibattiti avvenuti tra 7 e 9 luglio sono stati: Terra, Casa e Lavoro. Sintesi di papa Francesco dei diritti fondamentali per i quali i movimenti sociali devono lottare.
Francesco ha partecipato all’incontro giovedi 9 luglio. Nel suo discorso ai partecipanti ha chiesto perseveranza nell’impegno di lotta per cambiamenti strutturali e ha affermato che sono urgenti trasformazioni profonde. E’ stata la seconda volta che il Papa ha incontrato i movimenti popolari (la prima è stata nell’ottobre 2014, in Vaticano).
Le risoluzioni finali dell’Incontro, definite Carta di Santa Cruz, sostengono nella stessa linea di Francesco il superamento di un “modello sociale, politico, economico e culturale in cui mercato e denaro si sono convertiti nei regolatori delle relazioni umane a tutti i livelli”. Oltre a questo, la Carta affronta la preoccupazione per il degrado ambientale.

Carta de Santa Cruz
Le organizzazioni sociali riunite nel Secondo Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari, a Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia, nei giorni 7-8-9 luglio 2015, concordano con il Papa Francesco sul fatto che le problematiche sociale e ambientale emergono come due facce della medesima moneta. Un sistema incapace di garantire terra, casa e lavoro per tutti, che mina la pace tra le persone e mette a rischio la stessa sopravvivenza della Madre Terra, non può continuare a  gestire il destino del pianeta.
Dobbiamo superare un modello sociale, politico, economico e culturale in cui il mercato e il denaro si sono convertiti nei regolatori delle relazioni umane a tutti i livelli. Il nostro grido, il grido dei più esclusi e marginalizzati, obbliga i potenti a comprendere che non si può continuare così. I poveri del mondo si sono sollevati contro l’esclusione sociale che soffrono quotidianamente. Non vogliamo sfruttare, né essere sfruttati. Non vogliamo escludere né essere esclusi. Vogliamo costruire un modo di vita nel quale la dignità  innalzi sopra  tutte le cose.

Per questo ci impegniamo a:

1. Stimolare e approfondire il processo del cambiamento. Riaffermiamo il nostro impegno nei processi di trasformazione e liberazione come risultato dell’azione dei popoli organizzati che, a partire dalle loro memorie collettive prendono la storia nelle loro mani e decidono di trasformarla per dar vita alle speranze e alle utopie che ci chiamano a rivoluzionare le strutture più profonde di oppressione, dominazione, colonizzazione e sfruttamento.

2 Vivere bene, in armonia con la Madre Terra
Continueremo a lottare per difendere e proteggere la Madre Terra, promuovendo l’ “ecologia integrale” di cui parla il papa. Siamo fedeli alla filosofia ancestrale del “Ben vivere”, nuovo ordine di vita che propone armonia e equilibrio nelle relazioni tra gli esseri umani e tra questi e la natura.
La terra ci appartiene e noi apparteniamo alla terra. Dobbiamo occuparcene e lavorarla a beneficio di tutti. Vogliamo leggi ambientali in tutti i paesi, in funzione della cura de beni comuni.
Esigiamo la riparazione storica e una demarcazione giuridica che garantisca i diritti dei popoli indigeni a livello nazionale e internazionale promuovendo un dialogo sincero per superare i diversi e molteplici conflitti che attraversano i popoli indigeni, nativi, contadini e afrodiscendenti.

3. Sostenere un lavoro dignitoso
Noi ci impegniamo a lottare a difesa del lavoro come diritto umano. Per la creazione di fonti di lavoro dignitoso, per la progettazione e realizzazione di politiche che restituiscano a tutti i diritti del lavoro eliminati dal capitalismo neoliberista, come il sistema di sicurezza sociale, le pensioni e il diritto di sindacalizzazione.
Respingiamo la precarizzazione, la terziarizzazione e vogliamo che si superi il lavoro informale con l’inclusione, e che non siano mai utilizzati persecuzione e repressione.
Sosteniamo anche la causa dei migranti, delle persone costrette a spostarsi, dei rifugiati.   Chiediamo con forza ai governi dei paesi ricchi che deroghino da tutte le norme che prevedono trattamenti discriminatori contro di loro e che vengano stabilite forme di regolarizzazione che eliminino il lavoro schiavo, il traffico di esseri umani e lo sfruttamento del bambini.
Spingeremo verso forme alternative di economia, tanto in aree urbane che in zone rurali. Vogliamo un’economia popolare e sociale comunitaria che protegga la vita delle comunità e che la solidarietà prevalga sul profitto. Per questo è necessario che i governi sostengano gli sforzi che provengono dalle basi sociali.

4. Migliorare i nostri quartieri e costruire abitazioni dignitose
Denunciamo la speculazione e la mercantilizzazione dei terreni e dei beni urbani. Respingiamo gli sgomberi forzati, l’esodo e la crescita degli agglomerati marginalizzati. Respingiamo qualsiasi tipo di persecuzione giudiziaria contro chi lotta per una casa per la sua famiglia, perché riteniamo che l’abitazione sia un diritto umano fondamentale che deve avere carattere universale.
Esigiamo politiche pubbliche partecipative che garantiscano il diritto alla casa, all’integrazione urbana dei quartieri marginalizzati e l’accesso integrale all’habitat per edificare case con sicurezza e dignità.

5. Difendere la Terra e la sovranità alimentare
Vogliamo la riforma agraria integrale per distribuire la terra in modo giusto e equo. Richiamiamo l’attenzione dei popoli verso la nascita di nuove forme di accumulazione e speculazione su terra e territorio, trattati come merci, legati all’agrobusiness che promuove la monocultura distruggendo la biodiversità, consumando e contaminando l’acqua, facendo spostare popolazioni contadine e utilizzando veleni agricoli che contaminano gli alimenti.
Riaffermiamo la nostra lotta per l’eliminazione definitiva della fame, per la difesa della sovranità alimentare e per la produzione di alimenti sani. Rifiutiamo con forza la proprietà privata dei semi da parte dei grandi gruppi industriali, così come l’introduzione di prodotti transgenici, che sostituisco quelli nativi, poiché distruggono la riproduzione della vita e della biodiversità, creano dipendenza alimentare e causano effetti irreversibili sulla salute degli essere umani e sull’ambiente. In questo senso riaffermiamo la difesa delle conoscenze tradizionali dei popoli indigeni in relazione all’agricoltura sostenibile.

6. Costruire la pace e la cultura dell’incontro.
Ci impegniamo, a partire dalla vocazione pacifica dei nostri popoli, a intensificare le azioni collettive che garantiscano la pace tra tutte le persone, i popoli, le religioni, le etnie e le culture.
Riaffermiamo la pluralità delle nostre identità culturali e tradizionali che devono convivere armoniosamente senza che alcune si sovrappongano sulle altre. Noi ci leviamo contro la discriminazione della nostra lotta, perché stanno criminalizzando i nostri costumi.
Condanniamo qualsiasi tipo di aggressione militare e ci mobilitiamo perché cessino immediatamente tutte le guerre e le azioni destabilizzatrici o i colpi di Stato che attentano alla democrazia e alla volontà dei popoli liberi. Rifiutiamo l’imperialismo e le nuove forme di colonialismo, militari, finanziarie o mediatiche. Ci pronunciamo contro l’impunità dei potenti e a favore della libertà dei lottatori sociali.

7. Combattere la discriminazione
Noi ci impegniamo a lottare contro qualsiasi forma di discriminazione tra esseri umani, sia per differenze etniche, colore della pelle, genere, origine, età, religione o orientamento sessuale. Tutte e tutti, donne e uomini dobbiamo avere gli stessi diritti. Condanniamo il maschilismo, qualsiasi forma di violenza contro la donna, in particolare il femminicidio e gridiamo: Non una di meno!

8. Promuovere la libertà di espressione
Promuoviamo lo sviluppo dei mezzi di comunicazione alternativi, popolari e comunitari, di fronte all’avanzare dei monopoli mediatici che nascondono la verità. L’accesso all’informazione e alla libertà di espressione sono diritti dei popoli e fondamento di qualsiasi società che si pretenda democratica, libera e sovrana.
La protesta è una forma legittima di espressione popolare. E’ un diritto e quelli che lo esercitano non devono essere perseguitati.

9. Mettere scienza e tecnologia e servizio dei popoli
Ci impegniamo a lottare perché scienza e conoscenze siano utilizzate a servizio del benessere dei popoli. La scienza e la conoscenza sono conquiste di tutta l’umanità e non possono essere a servizio del profitto, dello sfruttamento, della manipolazione o dell’accumulazione di ricchezze da parte di alcuni gruppi. Vogliamo che le università si riempiano di gente e le conoscenze siano orientate a risolvere i problemi strutturali più che a generare ricchezze per le grandi corporation. Vogliamo denunciare e controllare le multinazionali farmaceutiche che, da un lato lucrano espropriando conoscenze millenarie dei popoli nativi e dall’altro speculano e generano profitti sulla salute di milioni di persone, mettendo gli affari prima della vita.

10. Respingiamo il consumismo e sosteniamo la solidarietà come progetto di vita. Sosteniamo la solidarietà come progetto di vita personale e collettiva. Ci impegniamo a lottare contro l’individualismo, l’ambizione, l’invidia e l’avidità che si annidano nella nostra società e spesso in noi stessi. Lavoreremo instancabilmente per sradicare il consumismo e la cultura dello spreco. Continueremo a lavorare per costruire ponti tra i popoli che ci permettano di abbattere i muri dell’esclusione e dello sfruttamento.

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Una denuncia dell’ANPI

RIFORME CONTRO LA DEMOCRAZIA

(Documento del Comitato Nazionale dell’ANPI)

Il Comitato nazionale, nella riunione del 30 giugno 2015, ha preso in esame la situazione delle “riforme “ in Italia, decidendo di esprimere – al termine del dibattito – viva preoccupazione per l’andamento delle cose e per il rischio che gli spazi di democrazia, anziché ampliarsi, finiscano per ridursi, così come di alcuni diritti possa essere ridotta l’effettività; e ciò in un Paese che attraversa ancora una difficile situazione di crisi, non solo economica, ma anche politica e morale.

  1. Sulla legge elettorale, il giudizio dell’ANPI è sempre stato severo e tale resta anche dopo la definitiva approvazione (con la fiducia). La legge, così come è stata approvata, anche a prescindere dalla anomalia dell’entrata in vigore differita al luglio 2016, non appare conforme né al dettato costituzionale né agli interessi di un Paese democratico.

Resta ancora un premio di maggioranza eccessivo e resta la possibilità che, dopo un ballottaggio, esso venga attribuito ad un partito che ha riscosso complessivamente troppo pochi voti per meritare un premio. Resta il problema dei “nominati” anziché eletti, con la possibilità per costoro, di candidarsi in più circoscrizioni. Resta la discussione se sia davvero preferibile assegnare il premio ad una lista anziché ad una coalizione; resta, il fatto che una effettiva, reale e piena rappresentanza non risulta in alcun modo garantita, cosìcome non è garantito un vero esercizio della sovranità popolare.

Questa legge non è utile al Paese e non corrisponde all’interesse dei cittadini. E’ possibile che sia chiamata ad esprimersi la Corte Costituzionale; oppure che siano gli stessi cittadini a manifestare, nelle forme più opportune, il loro dissenso.

L’ANPI continua a ritenere che questa legge rappresenti un vulnus al sistema democratico,sicuramente da eliminare con sostanziali cambiamenti.

  1. La riforma del Senato.

L’ANPI continua a ritenere che si tratti della sostanziale abolizione di uno dei rami del Parlamento, con cui si elimina un contropotere, essenziale per l’equilibrio previsto dal legislatore costituente. Vi erano modi assai più semplici e meno invasivi per correggere alcuni effetti del cosiddetto bicameralismo perfetto. Si è invece battuta un’altra strada, grave e pericolosa.

Non è solo questione di elezione diretta, pur fondamentale; è anche questione di contenuti,cioè di poteri. Così come sono stati configurati, essi sono troppi per un organismo sostanzialmente delegittimato e contemporaneamente troppo pochi rispetto a quello che occorrerebbe, per ottenere quell’essenziale equilibrio di poteri che è alla base della volontà espressa dalla Costituzione. Oltretutto, se davvero si vuol ridurre il numero dei parlamentari (ma per ragioni di funzionalità e non per venire incontro alla pressione dell’antipolitica) lo si faccia per entrambe le Camere. Tanto più che un Senato di 100 componenti non potrebbe avere un peso determinante anche nell’ipotesi di lavori congiunti con la Camera, così come questa resterebbe strutturata.

L’ANPI confida che si possa ancora correggere quella anomalia giuridico-istituzionale che si va costruendo; ed auspica che il Senato faccia fino in fondo il suo dovere di difesa dei princìpi e dei valori costituzionali.

  1. La riforma della scuola

Non è concepibile una riforma della scuola effettuata a tamburo battente, con una fretta ingiustificata e contro gran parte del mondo della scuola.

L’ANPI ribadisce: che la scuola da rafforzare in primis è quella pubblica, senza escamotage per aggirare i divieti costituzionali; che la scuola non può essere elitaria e differenziata in base a criteri diversi dal merito e dalla qualità; che la scuola ha bisogno di collaborazione e di partecipazione di tutti (studenti, insegnanti, famiglie) e non di centri autoritari, dotati di poteri discrezionali; che la scuola deve rispondere principalmente al suo ruolo ed alla sua missione vera, che è quella di creare, “cittadini” consapevoli ed attivi; che la scuola ha bisogno di valorizzazione delle professionalità, di organici completati e di personale inserito validamente e razionalmente nel quadro generale dell’insegnamento. Una scuola adeguata ai tempi, non può limitare l’insegnamento della storia a poche nozioni, ristrette nel tempo; ma deve aiutare a conoscere il passato, anche il più recente, per capire meglio il presente ed affrontare consapevolmente il futuro; deve, soprattutto, recare un contributo decisivo per indirizzare i giovani verso una cittadinanza attiva.

Solo da una grande ed approfondita discussione pubblica (che del resto era stata promessa, senza poi esito) e da una riflessione collettiva e partecipata, potrebbe nascere una riforma in grado di risolvere gli annosi problemi che tutt’ora affliggono la scuola e la rendono non idonea ad affrontare le grandi sfide del mondo contemporaneo. Allo stato, mancano tutti i presupposti perché si possa parlare di una vera riforma della scuola.

  1. Alla tematica del lavoro – sul quale peraltro l’ANPI si è più volte espressa – sarà dedicata una riflessione specifica, in relazione alla sua particolare rilevanza (art. 1 della Costituzione) e complessità.

In ogni caso, una stagione di riforme è possibile e necessaria. Ma essa può essere realizzata solo con la più ampia partecipazione dei cittadini, con effettivi confronti con le organizzazioni sindacali e con le rappresentanze di categoria, nell’ambito di una rigorosa volontà di dare finalmente attuazione alla Costituzione repubblicana, soprattutto nella parte inerente ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici e dei cittadini e delle cittadine nel loro complesso.

Roma, 30 giugno 2015