Se non è paglia di un solo inverno

di Raniero La Valle  –  (dal Manifesto del 1 marzo 2013)

Cerchiamo di spegnere l’audio di tutte le grida, i “non possumus”, i pesci in faccia dei primi giorni, e cerchiamo di vedere a quali condizioni sarebbe possibile un governo fatto dalla coalizione che ha vinto le elezioni e reso possibile dai voti delle Cinque Stelle.
Che esso si possa fare dipende dalle risposte a due domande preliminari.
La prima è se Grillo pensa solo a incrementare i suoi voti per un maggiore e travolgente successo alle prossime elezioni, oppure se già ora vuole usare la sua forza per il governo e il cambiamento del Paese.
La seconda è se sia Bersani che Grillo manterranno la loro diagnosi di un disastro imminente e distruttivo per il Paese, a meno che non si facciano cose grandi, inconsuete alla politica, e mutamenti radicali, oppure se l’uno si farà risucchiare nel già visto delle triangolazioni tra i palazzi romani e l’altro si farà dominare dal mito del “tutti a casa” o, come si diceva una volta, del “tanto peggio tanto meglio”. Continua a leggere

Annunci

CHE FARANNO I CATTOLICI?

di Raniero La Valle

Che faranno i cattolici? Alle elezioni, s’intende. La domanda è malissimo posta. I cattolici hanno cessato da tempo di essere una categoria politica ed elettorale. Nemmeno Luigi Sturzo, che fondò un partito apposta per loro, li chiamò in causa in quanto tali. Un partito è una parte in lotta con altre parti, disse, la Chiesa invece è di tutti. Nel dar vita al Partito Popolare egli non volle pertanto creare la categoria dell’elettorato cattolico, bensì, per il bene del Paese, rimediare a una esclusione dei cattolici dall’elettorato che era stata decretata dal papa in  persona per protesta contro l’Italia che si era presa lo Stato pontificio.
Il concetto di elettorato cattolico fu invece introdotto dalla gerarchia ecclesiastica dopo il fascismo, a supporto della Democrazia Cristiana, in base al principio allora ritenuto non negoziabile dell’unità politica dei cattolici. Ciononostante la DC operò con una certa autonomia, appellandosi alla Costituzione e alla pretesa “aconfessionalità” del partito confessionale. Però quando Fanfani tentò di essere eletto presidente della Repubblica al posto di Leone, la Chiesa lo richiamò alla disciplina di partito, pretese che all’unità degli elettori cattolici corrispondesse l’unità degli eletti, e così grazie alla Santa Sede fu eletto Saragat, il primo presidente della Repubblica di nome socialista.
L’unità politica dei cattolici si dissolse poi in base a due fattori. Il primo fu che il Concilio aveva inteso chiudere la stagione del temporalismo ecclesiastico e aveva proclamato la libertà religiosa di credenti e non credenti; e se dalla Chiesa era riconosciuta la libertà religiosa, tanto più Continua a leggere

RIFORME. Gli apprendisti stregoni del presidenzialismo

di  Lorenza Carlassare

«Il rischio di un ennesimo stallo sulle riforme costituzionali ed elettorali, dopo l’eventuale fallimento del tentativo sperimentato in questi mesi, non sarebbe senza effetti per il Paese. Le forze politiche presenti in Parlamento si giocano su questo terreno larga parte della loro credibilità». E’ questo il grave ammonimento dei senatori del Pd Ceccanti e Chiti, che hanno depositato un disegno di legge costituzionale per consentire l’indizione di un referendum costituzionale di indirizzo sulla forma di governo. Sconcerta l’attivismo di questi senatori e la loro pervicacia nell’intento di stravolgere la Costituzione in un senso o nell’altro.

Ed è sconcertante la disinvolta equiparazione fra riforme costituzionali, poco utili e non richieste, e riforma della legge elettorale da tutti invocata e assolutamente necessaria. Mischiando l’indispensabile con l’inutile-dannoso si confondono utilmente le idee. L’uso della parola «riforme», ormai quasi magica, buona per entrambe, consente di coprire una mistificante omologazione.
Il referendum d’ indirizzo sarebbe del resto l’unica via d’uscita per chi voglia procedere a tutti i costi alla modifica della Costituzione.
Come sarebbe possibile, altrimenti, far approvare una riforma come quella oggi al senato, basata su due testi fra loro incompatibili? Il primo, uscito dalla Commissione a fine maggio, che esalta i poteri del primo ministro riducendo i poteri presidenziali; il secondo, frutto di un’ispirazione berlusconiana, che prevede esattamente il contrario: un presidente della Repubblica eletto direttamente dal popolo, dotato di poteri politici forti Continua a leggere

Cambiare la Costituzione nella fretta e nel silenzio del Paese

COMITATI DOSSETTI PER LA COSTITUZIONE

Bologna, sabato 12 maggio 2012, ore 15,30

Convento di San Domenico (piazza  S. Domenico 13)

incontro pubblico sul tema

Cambiare la Costituzione nella  fretta e nel silenzio del Paese

Portata, senso e valutazione della proposta di riforma costituzionale presentata lo scorso 18 aprile

I Comitati Dossetti ne parlano con

Valerio ONIDA, Presidente emerito della Corte Costituzionale

Umberto ALLEGRETTI, Università di Firenze

Gaetano AZZARITI, Università La Sapienza di Roma

Lorenza CARLASSARE, Università di Padova

Mario DOGLIANI, Università di Torino

Luigi FERRAJOLI, Università Roma Tre, Vicepresidente dei Comitati Dossetti

Andrea MANZELLA, Università Luiss di Roma

Introduce Raniero LA VALLE, Presidente dei Comitati Dossetti per la Costituzione

Nasce “ECONOMIA DEMOCRATICA”

 I COMITATI DOSSETTI PER LA COSTITUZIONE, L’ASSOCIAZIONE PER LA DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE, ALTRAPAGINA, L’ASSOCIAZIONE PER IL RINNOVAMENTO DELLA SINISTRA, IL CENACOLO BONHOEFFER  DI MODICA, IL CENTRO PER LA PACE DI BOLZANO, MISSIONE OGGI, IL CENTRO BALDUCCI DI ZUGLIANO DEL FRIULI, L’ASSOCIAZIONE SAN SALVI PELLICANO’ DI FIRENZE, PACE  E DIRITTI, KOINONIA, IL CIPAX, LA CASA DEI DIRITTI SOCIALI, VASTI

INVITANO I CITTADINI AD ASSOCIARSI PER UN MOVIMENTO DI

ECONOMIA DEMOCRATICA

Dopo un confuso periodo di turbolenza dominato dalla figura di Berlusconi, si è reso manifesto in Italia il vero problema che mette a repentaglio il futuro del Paese e la sicurezza dei cittadini: il sopravvento dell’economia sulla politica che rende tutti indifesi e prosciuga gli spazi della democrazia.

Questo processo che in forza della globalizzazione investe tutto il mondo, in Italia è già molto avanzato. Lo si vede dalla condizione cui è stato ridotto il lavoro, espropriato alle persone, negato ai giovani e non più messo a fondamento della Repubblica; lo si vede dal trasferimento della sovranità dal popolo ai Mercati; nella sottrazione allo Stato di ogni facoltà e strumento di intervento nella vita economica; nello svuotamento del principio di rappresentanza e delle vie per la partecipazione dei cittadini alla determinazione della politica nazionale; nell’abbandono della concertazione con le parti sociali e nella rinunzia a promuovere la coesione sociale; nella crisi dello Stato di diritto per il venir meno di uno spazio pubblico capace di dettare le regole al sistema delle imprese e all’economia privata; nella pretesa oggettività e neutralità delle decisioni tecnocratiche; nello smarrimento e anzi nel rovesciamento degli ideali di solidarietà e giustizia che diedero luogo alla costruzione dell’Europa.

La causa di tutto ciò sta nella rottura del rapporto vitale tra economia e democrazia, sul quale si è costruita gran parte della storia moderna dell’Occidente. Questa storia è risultata infatti dall’incontro di due movimenti: un impetuoso sviluppo dell’economia, nelle sue diverse forme di economia capitalistica, socialista o keynesiana, e un impetuoso sviluppo della democrazia, sia nella sua dimensione procedurale che nei suoi contenuti sostanziali. Il momento di Continua a leggere

Dove va la Repubblica

di Raniero La Valle

La crisi che sta squassando il Paese (un suicidio al giorno) ha una delle sue cause nella stessa Costituzione della Repubblica, sicchè ne sarebbe urgente la riforma?

No, la Costituzione non ha nessuna colpa, e anzi la crisi consiste precisamente nel fatto che essa non è attuata. Se lo fosse, la Repubblica (cioè il potere pubblico) rimuoverebbe gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana (art. 3); se lo fosse, la Repubblica renderebbe effettivo per tutti il diritto al lavoro (art. 4); sarebbe tutelato, anche contro le alluvioni, il paesaggio e il patrimonio storico e  artistico della Nazione (art. 9); i giovani che vogliono formarsi una famiglia sarebbero “agevolati” dalla Repubblica con misure economiche e altre provvidenza (art. 31); la salute sarebbe tutelata (art. 32); la scuola pubblica non subirebbe tagli ma incentivi e nessuno potrebbe pensare di abolire il valore legale dei titoli di studio (art. 33); il diritto allo studio e il diritto anche degli indigenti a raggiungere i gradi più alti degli studi sarebbe reso effettivo dalla Repubblica con borse, assegni alle famiglie ed altre provvidenze (art. 34); il lavoro sarebbe tutelato in tutte le sue forme e applicazioni (art. 35), e così via Tutto questo invece non accade perché l’Italia è passata, senza che nessuno ne desse ragione e nessuno vi consentisse, da un regime a un altro, da una Costituzione ad un’altra, per cui si è deciso e si è accettato che tutte queste cose che dovrebbe fare la Repubblica le faccia invece il Mercato, cioè il potere privato e la legge della competizione e del profitto. Continua a leggere

Servire Dio e lo Spread

di Raniero La Valle

Il martedì nero è stato un brutto risveglio dopo la radiosa notte di Pasqua. Lo Spread, cioè il differenziale tra i titoli italiani e tedeschi, è schizzato di nuovo sopra quota 400, come ai peggiori tempi di Berlusconi, e le Borse sono sprofondate.
Il magico professor Monti, che si trovava in Egitto, ha fatto sapere che lui non poteva farci niente, che la cosa non dipendeva da cause “endogene”, cioè italiane. Erano i Mercati. Gli speculatori, cioè i signori del Mercato, avevano preso un’altra rincorsa per arricchirsi a spese nostre e di altre economie dell’Occidente.
Poi si sono ritirati, fino alla prossima occasione.
La delusione è stata cocente. Noi avevamo fatto tutto per lo Spread. Per lo Spred avevamo mandato via Berlusconi, dopo non esserci riusciti per anni per altre cose, anche più gravi, che stava facendo ai danni della Repubblica.
Per lo Spread avevamo venduto l’anima, e la politica, a una squadra di tecnici che sembrava fossero gli unici a sapere che cosa si dovesse fare (né mancavano di dircelo).
Per lo Spread avevamo gettato nella disperazione quelli che avrebbero dovuto essere pensionati e d’improvviso più non lo furono.
Per lo Spread avevamo tolto soldi ai Comuni e alle Imprese, togliendo assistenza ai vecchi, asili ai bambini, guide ai ciechi, e mettendo in mezzo alla strada lavoratori nel pieno della loro capacità operativa.
Per lo Spread avevamo aumentato le tasse, di ogni genere e misura.
Per lo Spread avevamo aperto a freddo un conflitto caldissimo sull’art. 18 e sui diritti del lavoro.
Per lo Spread avevamo liberalizzato perfino i tassì, che ora riempiono tutte le strade e non sappiamo dove metterli. Continua a leggere