Alla Leopolda e al “vecchio Sinodo”

Pubblichiamo l’intervento tenuto da Raniero La Valle il 30 ottobre 2014 all’assemblea tenutasi nella Sala delle Colonne della Camera dei Deputati sul tema: “Riforme istituzionali e legge elettorale: innovazione o restaurazione?

Sono state fatte qui molte e decisive critiche alla nuova Costituzione che è in gestazione alla Camera. Ma chi le ha fatte non è stato alla Leopolda. Se infatti fosse andato alla Leopolda avrebbe avuto la rivelazione, sarebbe caduto da cavallo e avrebbe capito che tutto quello che si è pensato fin qui era sbagliato. Un testimone oculare, il costituzionalista Stefano Ceccanti, ha riferito che alla Leopolda erano presenti giovani di tutta Italia, soprattutto tra i 25 e i 35 anni, “quasi tutti universitari o laureati, con una forte propensione all’intervento in pubblico e con una cultura consolidata di sinistra liberale. Indistinguibili le provenienze familiari, le culture originarie, la linea di frattura per appartenenza religiosa. Se parlassimo loro di queste cose, per loro irrilevanti, sarebbe come parlare di Jurassik Park. Da questo punto di vista l’attuale configurazione dei sindacati che risale alla Guerra Fredda mi sembra che per loro rientri in questa categoria”.

Dunque secondo osservatori che vi erano presenti, alla Leopolda si sarebbero smaltite, come reperti da rottamare, famiglie, culture e religioni. Sono cose da reduci, da mangiatori di gettoni e fotografi non digitali. Per quelli per cui “il futuro è solo un inizio” provenienze familiari, vecchie culture e identità religiose sono irrilevanti. E perciò sono anche obsolete tutte le lotte che si sono fatte o si possono fare per queste cose.

Questo a Firenze. Ma da Roma è venuta una grande risposta. La risposta che ci sono e sono ben vivi quanti “subiscono l’ingiustizia ma anche lottano contro di essa”; è venuta la risposta che il lavoro ha una dignità, per cui “non esiste peggiore povertà materiale”che la mancanza di lavoro; che in Italia i giovani disoccupati sono più del 40 per cento, e questo vuol dire “annullare un’intera generazione” per riequilibrare un sistema in crisi che mette il denaro e i profitti al di sopra dell’uomo; che non si può affrontare questo scandalo con “strategie di contenimento che unicamente tranquillizzano e trasformano i poveri in esseri addomesticati e inoffensivi” e che invece “dobbiamo cambiare il sistema, vanno costruite le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno”, che occorre “continuare la lotta”. Continua a leggere

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APPELLO DEI COMITATI DOSSETTI – SALVARE IL PRESTIGIO DELLA COSTITUZIONE

I Comitati Dossetti per la Costituzione lanciano un grido di vivissimo allarme per le modalità non prive di forzature autoritarie attraverso cui sta procedendo e viene presentata all’opinione pubblica la revisione della Costituzione. Non basta che non ci siano intenzioni autoritarie nei riformatori, né nella nuova Costituzione stessa, se sono autoritarie le forme in cui essa viene progettata e “portata a casa”, come si dice con orribile senso di appropriazione, dagli esponenti del governo. La Costituzione repubblicana gode di un altissimo prestigio presso i cittadini, non solo per i suoi contenuti, ma anche per il modo in cui essa è stata pensata, discussa e consegnata al Paese. Il rischio è che oggi una riforma, anche eventualmente ben fatta, per le modalità e i linguaggi che la configurano, possa far perdere alla Costituzione il suo prestigio, e farla cadere dal cuore degli italiani. Rischio tanto maggiore in quanto l’obiezione sollevata dalla Corte Costituzionale sulla illegittimità del modo in cui gli attuali parlamentari sono stati eletti, potrebbe tradursi in una percezione popolare dell’illegittimità dell’intera Costituzione, quale da loro modificata e riscritta.   Occorre anche tener conto del fatto che si sta rifacendo la Costituzione in un momento di crisi del Paese e di altissimo lutto nella situazione internazionale per l’ecatombe di Gaza e l’abbattimento dell’aereo passeggeri in Ucraina, ciò che richiama a quanto è in gioco nel rapporto tra istituzioni e vita reale e dovrebbe indurre a maneggiare la materia con estrema delicatezza, gravità e misura.

I Comitati Dossetti per la Costituzione sono altrettanto allarmati per possibili esiti incontrollati e imprevisti della revisione in corso, quali sono fatti balenare dai suoi promotori col riferimento a una ulteriore fase di passaggio al presidenzialismo.   Continua a leggere

DALLA DEMOCRAZIA IN EUROPA AL COSTITUZIONALISMO MONDIALE  

PER UNA COSTITUENTE EUROPEA: TORNARE DALL’INCUBO AL SOGNO

Si è tenuta il 12 aprile a Roma un’Assemblea promossa da ECONOMIA DEMOCRATICA, SBILANCIAMOCI e COMITATI DOSSETTI PER LA COSTITUZIONE, per chiedere che il prossimo Parlamento europeo, che sarà eletto il 25 maggio, sia investito di funzioni costituenti per la stesura e la promulgazione di una Costituzione europea che stabilisca condizioni di ”EGUAGLIANZA E INCLUSIONE IN ITALIA E IN EUROPA”. La proposta è stata illustrata e dibattuta tra gli altri da Raniero La Valle, Luigi Ferrajoli, Claudio Gnesutta, Piervirgilio Dastoli, Roberto Schiattarella, Felice Pizzuti, Pierluigi Sorti, Umberto Baldocchi. È stato approvato il manifesto che illustra le motivazioni e le finalità della proposta, e ne sono state sviluppate molteplici implicazioni e linee di azione. In particolare si è affermato che una Costituzione europea è necessaria per integrare in un disegno costituzionale democratico un ordinamento europeo che di fatto già opera come un ordinamento federale ma senza le garanzie che tale forma politica richiede, e che riduce tutta la legislazione a una “lex mercatoria”. Si è convenuto che l’obiettivo di un costituzionalismo europeo, muovendo da una forte ripresa della democrazia nei singoli Paesi membri dell’Unione e in particolare in Italia, deve inserirsi nella prospettiva di un inedito costituzionalismo sul piano mondiale, che vincoli la globalizzazione a un sistema di garanzie e di diritti universalmente affermati e sanciti, a cominciare dal diritto di comunicazione e di migrazione teorizzati già all’inizio della modernità, e tenda alla istituzione  di autorità politiche democratiche riconosciute e condivise da tutti i membri della comunità internazionale. Si è osservato come a tale costituzionalismo mondiale possa oggi fornire un potente impulso nella coscienza popolare la scelta universalista e la critica del sistema economico dominante espresse dal pontificato di papa Francesco, novità questa  che la politica farebbe male a ignorare. È stato osservato che ad attribuirsi poteri costituenti per la formulazione di una Costituzione europea dovrebbe essere lo stesso Parlamento europeo, non potendo essere i governi a conferire al Parlamento un tale mandato, ed è stato affermato che la Costituzione europea dovrebbe essere poi approvata da tutti i cittadini dell’Europa mediante un referendum paneuropeo. Riguardo alle politiche economiche e sociali che la Costituzione dovrebbe imporre all’Europa di perseguire, esse dovrebbero essere soprattutto volte a creare condizioni di piena occupazione, essendo il lavoro il bene, anche dal punto di vista costituzionale, più necessario e prezioso; e una politica del lavoro non può essere una politica congiunturale e a breve termine ma comporta nuovi modelli di produzione.  È stato anzi argomentato e sostenuto, su un piano di teoria economica generale, che la stessa scienza economica e l’economia politica, sulla scia dell’insegnamento di Federico Caffè, non dovrebbero riconoscersi alcun altro obiettivo che quello del lavoro e della piena occupazione.

Su questi temi l’assemblea si è augurata che si sviluppi un’ampia riflessione e un dibattito che, prendendo occasione dalle elezioni europee, sia in grado però anche di andare al di là delle contingenze politiche più immediate.

Pubblichiamo di seguito il “Manifesto” di convocazione dell’Assemblea, e la relazione introduttiva di Raniero La Valle. Le altre relazioni e interventi si potranno ascoltare tra qualche giorno sul sito www.economiademocratica.it

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QUESTO PAPA PIACE TROPPO?

Discorso tenuto alla DOZZA, Bologna, il 16 marzo 2014
Evangelii Gaudium: Una regola francescana per l’evangelizzazione
di Raniero La Valle
Papa Francesco ci ha avvertito: non bisogna fare l’esaltazione del Papa. Lo ha detto nell’intervista al direttore del Corriere della Sera (5 marzo 2014): non mi piace “una certa mitologia di papa Francesco; Sigmund Freud diceva, se non sbaglio, che in ogni idealizzazione c’è un’aggressione”.
Questa lucidità del Papa è impressionante: in effetti l’esaltazione incondizionata è un ingrediente della ideologia sacrificale, che finisce nel capro espiatorio. Questa è una cosa che ha spiegato René Girard, l’antropologo che ha letto il Vangelo come lo smascheramento dell’ideologia del sacrificio: nella esaltazione e nel rito di incoronazione del re, come nell’acclamazione del messia, c’è un omicidio differito, c’è la preparazione della vittima. Il Papa, che ha avviato un difficile e contrastato processo di riforma della Chiesa, lo sa; in certi ambienti, come già accadde a papa Giovanni, egli è oggetto di una sorda ostilità; Giuliano Ferrara, parlando insieme ad altri e anche per molti che tacciono, ha addirittura scritto un libro: “Questo Papa piace troppo”. A loro invece non piace e ne farebbero volentieri a meno. E la ragione è che questo Papa non vuole “lasciare le cose come stanno”, come ha scritto nella Evangelii Gaudium (al n. 25); in modo più preciso, due cose egli non vuole lasciare come stanno: una è la Chiesa, che, così come stava, non produce Vangelo, ma carrierismi, malinconie, facce da funerale, cattive finanze e anche, nei seminari, “piccoli mostri”, come ha spiegato ai Superiori generali (Civiltà Cattolica, 3 gennaio 2014); e l’altra è il mondo che, così come sta, è in ginocchio davanti al denaro, produce morte ed esclusione e ribalta il precetto universale dell’amore nell’ideologia dell’indifferenza.Non bilanciQuindi non si deve fare nessuna esaltazione incondizionata del Papa; ma neppure si possono fare già dei bilanci, dopo il primo anno di pontificato, perché in realtà questo pontificato ancora non si è rivelato. Come dice la Dei Verbum del Concilio, al n. 2, l’ “economia della Rivelazione comprende eventi e parole intimamente connessi”, quindi bisogna guardare agli eventi e alle parole che rivelano il senso di questo pontificato; però è ancora troppo presto, di parole ce ne sono già molte ma di eventi ce ne sono ancora troppo pochi; in questo senso il pontificato di Francesco deve andare ancora a regime.  Continua a leggere

L’ASSEMBLEA DEI COMITATI DOSSETTI PER UN RITORNO ALLA SERIETÀ E ALLA DIGNITÀ DELLA POLITICA

                                       –          La legge elettorale in discussione distruttiva della democrazia –

L’assemblea dei Comitati Dossetti per la Costituzione tenutasi il 14 febbraio a Bologna nella Sala del Convento di San Domenico ha giudicato con severità gli avvenimenti culminati nella rimozione del governo Letta, ravvisandovi una caduta della politica nel gioco delle intenzioni coperte, delle promesse ingannevoli e delle improvvisazioni inspiegabili.

L’assemblea, apertasi con le relazioni del presidente dei Comitati Raniero La Valle e del prof. Mario Dogliani dell’università di Torino, e presieduta dall’avv. Francesco Di Matteo, ha rivolto alle forze parlamentari e in particolare al Partito Democratico un appello per il ritorno alla serietà della politica. Non si può togliere dignità alla politica quando attraverso di essa per molti passa l’alternativa tra la felicità e la disperazione, quando alla politica sono legate decisioni di vita o di morte per popoli interi e quando molti si impegnano in politica per altissime ragioni di carità e di giustizia.  Il gran numero di persone presenti all’assemblea testimoniava quale fosse il livello di preoccupazione che gli ultimi avvenimenti hanno indotto nei cittadini.

L’assemblea ha chiesto il ritiro della proposta di legge elettorale in discussione alla Camera, considerandola incostituzionale e illegittima, anche alla luce della recente sentenza della Corte. Essa confligge sia con la finalità di dare una vera rappresentanza parlamentare al Paese, sia con quella della “governabilità”, comprime il pluralismo politico, è funzionale al perdurare dell’arbitrio dei poteri economici e  finanziari e sarebbe distruttiva della stessa democrazia.

L’assemblea ha poi denunciato la contraddizione, incomprensibile per i cittadini e offensiva per la magistratura, di una persona  interdetta con sentenza definitiva dai pubblici uffici, che in un ufficio pubblico come il Quirinale è consultato per la formazione di un governo, ed ha respinto l’idea di una riforma costituzionale che parta dal presupposto che il Senato sia un ente inutile e perciò inutilmente costoso. L’assemblea ha invece sollecitato nuovi studi e proposte per una riforma del Senato della Repubblica che, fuori del circuito della fiducia tra Parlamento e governo, sia eletto con la proporzionale e sia configurato come la Camera delle garanzie, dell’alta codificazione, del concorso alla legislazione costituzionale e del raccordo tra Stato e regioni, nella linea delle ipotesi formulate dal prof. Dogliani e dal sen. Walter Tocci.

L’assemblea ha infine rivolto un pressante invito al Partito Democratico perché, a partire dall’esigenza di salvare la democrazia nel nostro Paese,  rimetta in discussione le sue proposte di legge elettorale e di riforme costituzionali e voglia anche ripensare se stesso. Un principio di dialogo si è instaurato in proposito nel corso della stessa assemblea con esponenti autorevoli di tale partito; i Comitati Dossetti per parte loro hanno avanzato la loro disponibilità a continuare tale dialogo per uno scambio di valutazioni e prospettive sul piano giuridico, culturale e politico.

COMITATI DOSSETTI PER LA COSTITUZIONE – Assemblea pubblica contro la violenza della riforma elettorale

Venerdì 14 febbraio 2014 ore 17.00

Bologna Convento di San Domenico – Piazza San Domenico .

UN COLPO DI RENI PER IL FUTURO DELLA REPUBBLICA

I Comitati Dossetti per la Costituzione agiscono sotto la propria responsabilità e mai hanno preteso che le proprie posizioni fossero quelle che se fosse stato in vita avrebbe preso Giuseppe Dossetti. Ma oggi sono certi che il proprio Fondatore avrebbe lanciato un grido di allarme sulla violenza che si sta innescando nel corpo politico italiano, e di cui sono stati preannuncio gli avvenimenti di questi giorni. Il fatto che la violenza si sia finora manifestata solo in parole di pesantissima volgarità e sessismo, in momenti di rissa parlamentare, nonché in atti istituzionali e in proposte legislative, non significa che essa sia meno grave e pericolosa di quella cruenta: “voi credete di ritardare il giorno fatale e affrettate il sopravvento della violenza” (Amos, 6,3).
È un innesco della violenza anche quello comportato dal progetto della nuova legge elettorale che se realizzato muterebbe la figura stessa della Repubblica: per suo mezzo infatti la Repubblica democratica istituita dalla Costituzione rischia di trasformarsi in una democrazia “octroyée”, concessa cioè dalle forze dominanti nei limiti in cui venga considerata compatibile con la sovranità dei poteri economici e l’impunità del denaro.
In questa situazione ciò che soprattutto oggi Dossetti chiederebbe a tutti è la lucidità dell’analisi.
Il rischio della trasformazione della democrazia della Costituzione in democrazia per concessione è ravvisabile nella facoltà attribuitasi dagli autori della riforma elettorale di decidere quanti e quali debbano essere i partiti ammessi a essere rappresentati nelle Assemblee legislative e a giocare il gioco della governabilità. Secondo la legge proposta da Renzi e Berlusconi, a parte la Lega e le minoranze linguistiche fatte salve come fenomeni di ambito locale, per effetto degli sbarramenti eretti contro singole liste e coalizioni (dal 4,5 all’8 al 12 per cento, pari a diversi milioni di voti), i partiti che resterebbero in gioco sarebbero tre: Forza Italia, Partito Democratico e Movimento 5 stelle. Tuttavia per il suo settarismo, la sua immaturità e il suo autolesionismo il Movimento di Grillo si pone fuori dal sistema proponendosi come sua alternativa catartica; e poiché l’occasione è subito colta dai suoi avversari per neutralizzare la sua critica e convenire di escluderlo da ogni ingerenza nel potere, i partiti atti a governare resterebbero due, Forza Italia e Partito Democratico.
Saremmo dunque ben oltre il bipolarismo, al bipartitismo; ma si tratterebbe di un bipartitismo imperfetto perché a causa dell’alto premio di maggioranza i due partiti, al primo turno o al ballottaggio, entrambi in condizione di minoranza e prevedibilmente non lontani l’uno dall’altro, diventerebbero per legge l’uno un nano, l’altro un gigante. Ma il nano, pur nella sua diversità di stile e di opzioni etiche, non potrebbe che svolgere un’opposizione apparente, di fatto funzionale alle scelte politiche della forza di governo a cominciare da quelle che, rese obbligatorie dall’ideologia economica o dai poteri di Bruxelles e di Berlino, sarebbero, come già oggi, comuni.
Quale dei due partiti assumerebbe le funzioni di governo nella condizione, così costruita, di un sostanziale monopartitismo, cioè di un partito unico al comando?
In seguito all’accordo elettorale stipulato al Nazareno si è già creato uno squilibrio. Le forze affini alla destra, a cominciare dalla scelta di campo di Casini e di altri “centristi”, si uniranno in un solo fascio, con o senza sbarramento, a differenza delle forze di sinistra che rimarranno divise. Venuto meno il rigetto provocato dalla persona di Berlusconi, altre forze e personalità rispettabili confluiranno in una destra sentita come conforme alla cultura d’ordinanza, alle leggi economiche, al palcoscenico mediatico e alla volontà dei mercati. Ciò a cui la nuova legge elettorale è funzionale – salvo un colpo di reni oggi non ancora prevedibile – è perciò la formazione e il successo di una Grande Destra che si collegherebbe a una lunga tradizione italiana – liberismo più trasformismo – interrotta solo dalla fase dell’intransigentismo sturziano, della proporzionale e dei partiti popolari di massa, e poi superata nella Repubblica democratica dopo la tragica esperienza del fascismo. Ma questa destra, raggiunta dalle nuove forme di intolleranze, di xenofobia e di razzismi, sarebbe molto diversa e ben più pesante di quella conosciuta sotto l’antico rivestimento liberale.
Conclusa la parentesi berlusconiana, si avrebbe così, con il sopravvento in tal modo predisposto per legge di questa Grande Destra, la ristrutturazione di tutto il sistema politico italiano, e verrebbe così a concludersi il ciclo apertosi con la rimozione del muro di Berlino, la Bolognina, il messaggio di congedo di Cossiga dalla Costituzione del 1991 e la discesa in campo del concessionario televisivo di Arcore nel ’94. La pretesa “transizione” italiana, postmoderna postcastale e postpolitica, verrebbe a finire in una democrazia filtrata e controllata, la democrazia governante si trasformerebbe in democrazia non responsabile verso le istanze interne e succube di poteri esterni, e il campo della competizione democratica si trasformerebbe in un campo chiuso ai competitori. Infine la democrazia si trasformerebbe in una democrazia triste, perché le elezioni nei sistemi in cui tutti possono partecipare e tutto sembra poter cominciare di nuovo, sono anche una celebrazione e una festa, mentre se si mutano in un rito misantropo di esclusione di ogni possibile novità e del diritto di rappresentanza di milioni di cittadini, diventano il luogo in cui anche il volto di un comico si tramuta in una maschera tragica, il luogo di una lugubre notificazione del sequestro del futuro e dell’esproprio delle garanzie democratiche.
Questo processo di manomissione politica e costituzionale tuttavia non si è ancora perfezionato. Perché non si realizzi sono necessario almeno quattro cose.
1) È necessario che il Partito Democratico, proprio nel momento in cui Alfano insiste, col pretesto della stabilità di governo, per stringerlo a sé in un abbraccio mortale, si liberi da questa stretta, riacquisti la sua autonomia politica e ideale e ricordi le speranze che era stato in grado di suscitare. È necessario che resista all’omologazione nel pensiero unico del regime economico-finanziario imperante e alla sua “ideologia dell’indifferenza” rispetto ai bisogni e ai diritti umani di tutti e soprattutto dei poveri. È necessario che respinga la democrazia concessa ai pochi e negata ai molti, e prenda la testa di un movimento per la riforma costituente dell’Unione europea in funzione dell’attuazione dei diritti e delle garanzie costituzionali per il pieno sviluppo delle persone e dei popoli.
2) È necessario che il Movimento 5 stelle, anche per rispetto dei suoi 8 milioni di elettori, converta le sue posizioni e la sua immagine pubblica evitando di cadere e anche di essere spinto nel buco nero della pubblica riprovazione e della irrilevanza politica.
3) È necessario che, comunque venga modificata la legge elettorale in discussione, siano abolite le soglie di sbarramento, inutili e anzi dannose ai fini della “governabilità”, tagliola al pluralismo politico, impedimento a ogni invenzione possibile e insidia per gli stessi grandi partiti costretti a presentarsi in listoni male assortiti e sinistramente allusivi al listone della legge Acerbo.
4) È necessario che l’elettorato e in particolar modo l’opinione pubblica democratica e costituzionale venga a sapere e comprenda che l’ora delle scelte da cui dipende il futuro della Repubblica non è quella delle prossime elezioni politiche, ma è proprio quest’ora in cui è in corso l’iter parlamentare della legge elettorale in cui è messo in gioco lo stesso assetto istituzionale dello Stato e il carattere della sua democrazia. È questo il momento in cui l’elettorato si deve mobilitare per far sentire la sua voce a quanti oggi sono chiamati a decidere. È questo del resto l’appello originario dei Comitati Dossetti per la Costituzione, che sono nati per promuovere in ogni città paese o quartiere l’iniziativa e l’incontro dei cittadini per la difesa, l’attuazione e lo sviluppo della Costituzione.
In questo senso i Comitati Dossetti invitano aderenti e cittadini ad assumere dovunque sia possibile le opportune iniziative per affermare, in concomitanza col dibattito parlamentare e in dialogo con i parlamentari delle rispettive sedi, le ragioni della Costituzione, della democrazia e della libera rappresentanza popolare.
Per discutere e deliberare sul presente documento è convocata, con invito rivolto a tutti i cittadini, un’Assemblea pubblica a Bologna, venerdì 14 febbraio alle ore 17.00, nel Convento di San Domenico, in piazza San Domenico.
Postato da: Raniero La Valle e Luigi Ferrajoli, Presidenti dei Comitati Dossetti per la Costituzione

Parteciperanno:

Raniero La Valle, Presidente Comitati Dossetti

Luigi Ferrajoli, Vicepresidente Comitati Dossetti

Lorenza Carlassare, Università di Padova

Alfredo D’Attorre, Direzione nazionale PD

Mario Dogliani, Università di Torino

Appello dei giuristi: Italicum peggio del Porcellum, fermatevi!

Riforme. L’appello dei più autorevoli costituzionalisti italiani ai parlamentari. Sotto accusa premio di maggioranza, liste bloccate e sbarramento

La pro­po­sta di riforma elet­to­rale depo­si­tata alla Camera a seguito dell’accordo tra il segre­ta­rio del Par­tito Demo­cra­tico Mat­teo Renzi e il lea­der di Forza Ita­lia Sil­vio Ber­lu­sconi con­si­ste sostan­zial­mente, con pochi cor­ret­tivi, in una rifor­mu­la­zione della vec­chia legge elet­to­rale – il cosid­detto “Por­cel­lum” – e pre­senta per­ciò vizi ana­lo­ghi a quelli che di que­sta hanno moti­vato la dichia­ra­zione di inco­sti­tu­zio­na­lità ad opera della recente sen­tenza della Corte costi­tu­zio­nale n.1 del 2014.

Que­sti vizi, afferma la sen­tenza, erano essen­zial­mente due.

Il primo con­si­steva nella lesione dell’uguaglianza del voto e della rap­pre­sen­tanza poli­tica deter­mi­nata, in con­tra­sto con gli arti­coli 1, 3, 48 e 67 della Costi­tu­zione, dall’enorme pre­mio di mag­gio­ranza – il 55% per cento dei seggi della Camera – asse­gnato, pur in assenza di una soglia minima di suf­fragi, alla lista che avesse rag­giunto la mag­gio­ranza rela­tiva. La pro­po­sta di riforma intro­duce una soglia minima, ma sta­bi­len­dola nella misura del 35% dei votanti e attri­buendo alla lista che la rag­giunge il pre­mio del 53% dei seggi rende insop­por­ta­bil­mente vistosa la lesione dell’uguaglianza dei voti e del prin­ci­pio di rap­pre­sen­tanza lamen­tata dalla Corte: il voto del 35% degli elet­tori, tra­du­cen­dosi nel 53% dei seggi, ver­rebbe infatti a valere più del dop­pio del voto del restante 65% degli elet­tori deter­mi­nando, secondo le parole della Corte, “un’alterazione pro­fonda della com­po­si­zione della rap­pre­sen­tanza demo­cra­tica sulla quale si fonda l’intera archi­tet­tura dell’ordinamento costi­tu­zio­nale vigente” e com­pro­met­tendo la “fun­zione rap­pre­sen­ta­tiva dell’Assemblea”. Senza con­tare che, in pre­senza di tre schie­ra­menti poli­tici cia­scuno dei quali può rag­giun­gere la soglia del 35%, le ele­zioni si tra­sfor­me­reb­bero in una roulette. Continua a leggere