Giuseppe Trotta/ Note di orientamento a: “Giuseppe Dossetti, funzioni ed ordinamento dello Stato moderno, 1951”

(Intervento al corso di formazione dei Circoli Dossetti – 27 maggio 2000)

Manca ancora una edizione critica di questo testo fondamentale. Cosa intendo per ricostruzione critica?
Le letture, le discussioni, i filoni culturali che stanno alle spalle di questo intervento straordinario.
I resoconti della reazioni che avvennero subito dopo la lettura sono emblematici: creò sconcerto, polemica.
Questa ricostruzione filologica è preliminare. Io non sono in grado, oggi, di fare questa lavoro, insieme a voi mi limiterò a guardare questo testo come una mappa di problemi, nella speranza che la profondità delle cose messe in campo spinga poi ad una ricerca più sostanziosa.
D’altra parte senza appropriarsi delle domande che questo testo pone, è difficile anche una ricostruzione filologica dei suoi itinerari di formazione.
Vorrei dire, prima di aprire il discorso, che un’altra indagine andrebbe fatta, di grande importanza, l’indagine circa il silenzio che accompagnò questo testo nella cultura politica e giuridica dell’Italia repubblicana.
Quando lo presi in mano dai fascicoli di Justitia, era ancora allo stato grezzo di una trascrizione improvvisata, con errori grossolani, come quello sulle “piramidi” di titolo ecc. e la citazione sbagliata della Lettera ai romani, che sono state corrette nella versione prodotta degli Scritti politici , che ho curato per Marietti.
Tale trascuratezza non è stata risolta nè dalla ristampa del fascicolo, sempre della rivista Justitia, e neppure nella silloge degli interventi curata dalla casa editrice Cinque Lune.
Ricordo queste cose non come meri incidenti editoriali, ma per sottolineare il carattere “dimenticato” di questo scritto. Io dico: rimosso, perché c’è un qualcosa di più di un lasciar perdere, mi pare quasi un nascondere. Atteggiamento questo tipico nella vicenda della ricezione di Dossetti nella cultura italiana, quasi che al carattere dirompente delle sue riflessioni corrispondesse un gesto di difesa, una volontà di oblio. Ma su questo sono già tornato in precedenti discussioni e non vi insisto.
Entriamo dunque in questo scritto del 1951; siamo a novembre, quando ormai Dossetti ha già deciso di abbandonare la vita politica attiva, dopo i famosi convegni di Rossena, e quello in agosto, a Camaldoli, dell’UCIIM. Questa decisione è già in questo testo. E’ una decisione che in parte si spiega con l’enorme lucidità teorica di questa pagine e della frattura drammatica e irrimediabile, che qui si espone, tra l’altezza dei problemi in gioco e la modestia della pratica politica.

Lo Stato moderno
Stato e Partito sono i grandi temi della riflessione politica di Giuseppe Dossetti. Stato e Partito sono anche i grandi temi della riflessione politica del’ ‘900. Partito di massa, organizzazione del conflitto sociale, Stato. Dopo la prima guerra mondiale finisce il “mondo di ieri”, la belle époque liberale.
Anche nell’età liberale lo Stato aveva avuto un ruolo determinante nei processi di accumulazione capitalistica, di industrializzazione, di costruzione sociale dei mercati. Ma era uno Stato monoclasse, era lo Stato di notabili, con un suffragio ristretto e una società disgregata. La società era appunto società civile, dinamica e convulsa moltitudine di individui.
L’invenzione del partito politico moderno da parte del Movimento Operaio cambia non solo la natura del conflitto sociale, ma avvia radicali processi di riforma istituzionale. La crisi della prima guerra mondiale segna una cesura profonda: come governare politicamente il conflitto? Come parlamentarizzarlo, si chiedeva inquieto Max Weber?
In Italia la crisi precipita nella dittatura: il passaggio dallo Stato liberale allo Stato democratico di massa fondato sui grandi partiti di popolo dovette attraversare l’esperienza del fascismo.
Nel mondo la crisi del 1929, il New Deal, la rivoluzione d’ottobre e la pianificazione sovietica aprivano una straordinaria stagione di creatività politica. Dall’economia politica si passava alla politica economica.
Lo sviluppo capitalistico aveva bisogno per sopravvivere alle sue contraddizioni di un governo politico. Keynes schiudeva nuove orizzonti all’economia, mentre veniva modificandosi radicalmente il ruolo dello Stato.
Alla fine del secondo conflitto mondiale Stato e Partito moderno sono i protagonisti di un nuovo ciclo politico.
E’ al suo interno che si collocano le riflessioni di Dossetti, riassunte nello saggio Funzioni e ordinamento dello Stato moderno, che può essere considerato il testamento della sua breve vicenda politica.
Il punto di partenza delle riflessioni di Dossetti è un cambiamento prospettico dell’interpretazione delle funzioni dello Stato.
Lo Stato moderno nasce dal problema della libertà, mentre quello classico era sorto intorno al problema della felicità, due approcci radicalmente diversi ai fini dello Stato. Ciò che divide profondamente le due concezioni è proprio il ruolo dello Stato: se per la prima esso deve limitarsi a garantire la libertà in una società di individui; per la seconda c’è un imprescindibile
impegno sociale dello Stato che ne fondava il senso. Il bene comune non può essere conseguito attraverso una mera garanzia di libertà per la società civile; esso deve essere una scelta consapevole dello Stato stesso.
La distinzione tra libertà e felicità è il varco attraverso cui Dossetti si immerge nell’analisi dello Stato moderno e della sua crisi, quale si era compiutamente dispiegata nell’ultimo ventennio. Tale crisi più che l’esito patologico di un organismo sostanzialmente sano, appariva come il risultato conseguente della sua impostazione originaria.
Cosa caratterizzava infatti lo Stato moderno? Innanzitutto la sua assenza di finalità. Lo Stato e l’ordinamento giuridico moderno si presentavano privi di scopo, il che poi voleva dire concretamente che lo scopo o coincideva con i molteplici e infiniti scopi individuali dei singoli componenti della società civile, o che lo Stato diventata scopo a se stesso. Liberalismo e totalitarismo erano parte di un’unica vicenda proprio perché facevano astrazione dalla concretezza della società. Tra Stato e individui c’era un vuoto.
Era proprio questo il secondo carattere dello Stato moderno: il disconoscimento della società, dei corpi intermedi, della famiglia, delle associazioni, della Chiesa e quindi, alla fine, degli individui stessi. L’universalità della legge si basava sull’astrazione della società. A non essere compresa era la natura complessa della società che solo consentiva di intravedere la finalità dello Stato e, quindi, il suo essere strumento non solo di garanzia formale della libertà di competere ma di realizzazione del bene comune. Era, per altro, una astrazione imperfetta. Dossetti faceva notare che c’era un diritto e una società particolare di fronte a cui lo Stato moderno s’era da sempre inchinato:
Il diritto della proprietà privata degli strumenti di produzione e della libera iniziativa economica.. Mentre lo Stato ha negato una propria consistenza, per esempio, alla famiglia, alla categoria professionale, in genere a tutte le società intermedie, perché ha negato che esse si fondassero su elementi obiettivi e su leggi fisiche, biologiche, psicologiche essenzialmente legate alla natura delle cose, per contro ha sempre professato la naturalità del meccanismo economico, e perciò la immutabilità delle leggi economiche. Questa è stata la sola immutabilità che esso ha veramente riconosciuto, la sola immutabilità legata alla natura umana, di fronte alla quale lo Stato moderno ha piegato la sua sovranità“.[6]
Proprio l’assenza di finalità, la vuota astrazione della sua libertà portava al crescere nello Stato moderno della immunità della società economica e del potere economico. L’analisi di Dossetti evidenziava con estrema lucidità le forme attraverso cui si era costruita questa immunità: la prevalenza del contratto sulla legge e il riconoscimento ai privati di un potere di generare ad libitum nuovi soggetti di diritto. Lo Stato moderno si muoveva così drammaticamente tra due astrazioni contrapposte: l’astrazione dello Stato come sola figura etica rispetto al “particulare” della società civile e l’astrazione dell’economia come potere sciolto dalla sovranità dello Stato. Ciò aveva effetti dirompenti su due versanti: quello della sintesi politica e quello della rappresentanza. La prima era nella sostanza impossibile:
Col liberalismo.. gli organi costituzionali dello Stato -per lo più a sistema parlamentare -hanno lasciato alle diverse forze sociali di aggiustarsi da sole in una pace instabile e minata, imposta dal più forte al più debole“.[7]
La seconda si era di fatto ridotta ad essere rappresentanza di fatto di una sola parte:
Stato rappresentativo, nella sostanza, della sola borghesia, anche senza bisogno di ricorrere alla diagnosi che ne farà cinquant’anni dopo Carlo Marx. E tale, nella sostanza, è rimasto questo Stato rappresentativo soltanto del terzo Stato, anche dopo decenni, quando si arrivò al suffragio universale. E’ rimasto tale non foss’altro che per la prevalenza che sulla forma del meccanismo rappresentativo ha finora esercitato l’unico potere immune, anzi predominante, sull’ordinamento giuridico: il potere, come si è detto, della società economica, della organizzazione dei detentori dello strumento di produzione“.[8]
Dossetti recuperava aspetti non marginali della critica di Marx allo Stato borghese, che si era ridotto ad essere una sorta di “comitato d’affari” delle forze economiche capitalistiche. Solo che mentre per Marx questa era conseguenza necessaria dello sviluppo della lotta delle classi che si sarebbe risolto con la fine dello Stato; per Dossetti, invece, ciò era il risultato di quella drastica riduzione dei fini dello Stato, connesso ai fondamenti liberali della sua modernità. Lo smarrimento del primato della società e del fine dello Stato non a caso aveva prodotto la mancanza di una pubblicità responsabile, che portava ad un necessario trasformismo:
In effetti il sistema di governo parlamentare opera, almeno sino alla guerra mondiale, attraverso il giuoco di gruppi semi-instabili, non differenziati da precise distinzioni ideologiche o programmatiche, per lo più tenuti insieme da legami o da interessi non dichiarati (rapporti personali, di clientela, di sette, eccetera) destinati a scomporsi o a ricomporsi per altri legami volta a volta non dichiarati e spesso assolutamente imprevedibili. Il sistema di governo parlamentare opera cioè sostanzialmente attraverso un meccanismo ancora oligarchico, non espresso, non controllabile, e perciò non responsabile di fronte a vaste ed organiche parti delle masse elettorali“.[9]

Il partito
Vaste e organiche parti”, dice Dossetti, cioè il problema fondamentale del partito: partito popolare di massa, con precise distinzioni ideologiche e programmatiche, portatore di un progetto di società.
Il partito politico era lo strumento principe perché la politica si trasformasse in una competizione organizzata e consapevole, perché la politica potesse porre il suo primato sui problemi del governo dello sviluppo. Ma proprio per questo diventava fondamentale il problema dello Stato.
Dossetti ha dinanzi a sé lo scenario di una società cresciuta attraverso l’allargamento del suffragio, l’organizzazione dei grandi partiti di massa, il movimento sindacale; una società che si ritrovava, per così dire, “senza Stato”, o con uno Stato residuale, sia sul versante della rappresentanza che su quello dell’organizzazione.
Da molti anni è ben chiaro che si tratta di una crisi del sistema costituzionale nel suo insieme, perché esso è strutturalmente legato a un suffragio ristretto, o a un suffragio formalmente allargato, ma non sostanzialmente operante attraverso gruppi politici vasti e stabili, cioè differenziati per ideologie, programmi e interessi, e tendenti alla formazione di una opinione cosciente e alla guida di una presenza e partecipazione continua di larghe masse popolari nella vita statale:
E’ crisi inoltre del sistema costituzionale perché questo sistema è stato strutturalmente predisposto sulla premessa di un contrappeso reciproco dei poteri e quindi di un funzionamento complesso, lento e raro, come quello di uno Stato che non avesse da compiere che pochi e infrequenti atti sia normativi che esecutivi, perché non tenuto ad adempiere un’azione di mediazione delle forze sociali esistenti e in contesa tra loro, e tanto meno tenuto ad adempiere un’azione continua di reformatio, di propulsione del corpo sociale“.[10]
Le considerazioni di Dossetti partivano dalla percezione dei mutamenti profondi che avevano investito le strutture dello Stato e il suo stesso ordinamento giuridico. Dopo la crisi del ’29 si era entrati in una fase di sperimentazione di nuovi rapporti tra Stato ed economia, tra Stato e società.
Il New Deal di Roosevelt e i piani quinquennali sovietici, Keynes e Beveridge indicavano lo schiudersi di un’epoca nuova. Il parlamentarismo ottocentesco, il mito dello “Stato minimo”, che si limitava a garantire le regole del gioco era ormai un ricordo del passato. Era cresciuta una responsabilità sociale dello Stato, tanto più irrinunciabile per chi vedeva come compito della politica la realizzazione del bene comune. Dossetti analizzava alcune di queste trasformazioni.
Innanzitutto era enormemente cresciuta la mondializzazione dell’economia, che aveva moltiplicato le imprese internazionali nei settori strategici dell’industria.
D’altra parte tra le due guerre mondiali era emerso con chiarezza il progressivo deperimento dello Stato nazione e della dimensione di “popolo”. Il mondo bipolare, lo scontro tra i grandi imperialismi avevano prodotto inoltre una internazionalizzazione delle classi.
Ma trasformazioni non meno significative erano intervenute nello stesso ordinamento giuridico e nell’opinione pubblica. Il concetto stesso di proprietà privata, questo dogma dello Stato liberale, aveva perso la sua aurea di sacralità. Dossetti citava lord Beveridge: “Qualcuno come Beveridge perviene a non comprendere nell’elenco delle libertà fondamentali del cittadino (libertà personale, di religione e di culto, di opinione, di associazione) la proprietà dei mezzi di produzione“.
La proprietà privata, quella non legata all’uso e alla persona, era diventata quasi un impaccio allo sviluppo dell’economia e dei nuovi rapporti sociali.
Il diritto alla proprietà privata era sempre stato ribadito dal magistero ecclesiale. Alla fine degli anni trenta e soprattutto negli anni quaranta si era fatto sempre più stringente il riferimento di tale diritto alla persona.
Ciò delineava in modo netto anche i limiti di tale diritto, in quanto lo concretizzava attraverso una duplice responsabilità: quella dell’uso personale e quello della sua dimensione societaria.
Dall’individualismo proprietario si doveva passare all’essenziale responsabilità sociale della proprietà.
Questa particolare accezione del diritto di proprietà privata (assai diffusa nei programmi della Democrazia Cristiana e nel dibattito alla Costituente) si incontrava in una particolare congiuntura storica per cui essa cessava di essere il mitico motore dello sviluppo.
La crescente socializzazione dell’economia, il ruolo di regolatore sociale dello sviluppo assunto dallo Stato avevano ridimensionato l’ossessione ideologica del diritto di proprietà privata.
Nel contesto di uno sviluppo sociale consapevolmente orientato dallo Stato, la proprietà privata tornava ad essere espressione della libertà della persona, ad esaltare cioè più il suo “valore d’uso” che il suo ” valore di scambio”. Gli stessi meccanismi del mercato regolato gli avevano tolto quell’aura demiurgica con cui continuava ad essere guardata da parte liberale che faceva coincidere l’individualismo proprietario con l’essenza della natura umana.

Il nuovo Stato
Dossetti delineava il profilo del nuovo Stato che nasceva sulle macerie di quello liberale. Esso si caratterizzava innanzitutto per un esplicito finalismo. La reazione contro lo Stato totalitario non doveva, per Dossetti, portare a temere o a guardare con sospetto alcune funzioni essenziali del nuovo Stato:
Il fine dello Stato non può essere determinato dallo Stato stesso, bisogna però anche riaffermare che lo Stato non può essere agnostico e limitarsi a garantire il meccanismo delle libertà individuali e assumere gli infiniti fini individuali come proprio fine“.
Occorre quindi che non ci si accontenti di un finalismo statale generico, astratto, indeterminato, episodico, sollecitato dallo stimolo delle esigenze quando queste assumono un grado supremo di asprezza; ma occorre che alla base del patto politico, all’inizio di ogni azione, di ogni periodo dell’azione statale, si fissi una scelta fondamentale – un grado, una tappa del compito storico – e intorno ad essa si organizzi tutto il resto dell’azione statale per quel determinato periodo.
Riconquistare questo esplicito finalismo dello Stato era indispensabile per “porre fine all’extraterritorialità e all’immunità della società economica e al predominio del potere economico sull’ordinamento giuridico“.
Lo Stato non creava certo gli uomini e non creava neppure la società, ma faceva la società.
Data una società con alcune forme primigenie o storicamente cristallizzate, ma che rappresentano ormai un qualcosa di informe rispetto a quello che dovrebbe essere in quel determinato momento storico il compito concreto dell’azione statale, lo Stato deve fare la società, traendo il corpo sociale dall’informe. Accettare questo corpo sociale in alcune realtà incomprimibili, che sono quelle prima dette, ma poi reformare quelle e le altre.
Questo richiede un’analisi sociologica che si ponga, in una determinata situazione storica, con una spietata sincerità, con uno smascheramento di tutte le ipocrisie, di tutti i luoghi comuni usati anche in buona fede per la tranquillizzazione della nostra coscienza. L’analisi sociologica che deve essere assunta a base di questa scelta deve essere veramente uno di quei momenti supremi di verità in cui si adempie il nostro dovere cristiano. Solo a questo patto si può, allora, assicurare la genuinità del potere politico, altrimenti si potrebbe dire che questo regna, ma non governa.
E’ questo un passaggio fondamentale dell’intera proposta dossettiana.
Riconoscere il finalismo dello Stato voleva dire progettare consapevolmente la riforma sociale.
Il riconoscimento delle società intermedie non doveva tradursi in una adeguazione generica e passiva al dato della società, ma doveva proporsi come interpretazione dinamica, come capacità di ordinare priorità rispetto ad obiettivi concreti.

Sulla sussidiarietà
C’erano qui gli echi di un dibattito alto all’interno della Democrazia Cristiana sul concetto di interclassismo. Dossetti interpretava in modo originale la dimensione della sussidiarietà, contrastando un uso distorto e ideologico a cui poteva portare questo fondamentale insegnamento della dottrina sociale della Chiesa.
Si trattava di comprendere bene se la sussidiarietà delineava i confini di un campo o indicava la dinamica interiore di un processo; se era un’arma di difesa di spazi o la linea di un nuovo dinamismo del rapporto tra società ed istituzioni; se essa tendeva a confinare lo Stato dalla società o intendeva farne uno strumento di crescita sociale e civile.
La sussidiarietà aveva un suo senso solo se era connessa ad un progetto di società e di cittadinanza.
Non un rispecchiamento passivo, ma, appunto un “fare la società”. Solo questo fare la società avrebbe consentito al nuovo Stato di ritornare ad essere artefice di sintesi politica. La riflessione dossettiana si presentava da questo punto di vista come un ulteriore approfondimento del dibattito che aveva trovato nella stesura del Codice di Camaldoli uno dei punti più alti di espressione in ambito cattolico.
Il Codice aveva reciso “i legami con l’interpretazione statalistica e anticapitalistica del corporativismo”. Rispetto ad una interpretazione tradizionale del principio di sussidiarietà, in chiave antistatalistica, di pura difesa dei diritti individuali e comunitari contro un potere avverso, il Codice aveva compiuto una interpretazione in senso propositivo: lo Stato, oltre a non appropriarsi di spazi impropri, doveva anche favorire lo spirito di iniziativa di singoli e gruppi sociali nell’affrontare i problemi economici, aprendo nuovi spazi di partecipazione sociale.
Da una visione dualistica del rapporto Stato/società si passava ad una teoria dello Stato come autogoverno della società.[13]
La riflessione di Dossetti radicalizza questa prospettiva di ricerca. Già nel 1946, alla riunione di Civitas Humana aveva detto a proposito dell’interclassismo:
Noi parliamo di interclassismo e non ci accorgiamo che l’interclassismo come possibilità di collaborazione tra le classi intese non nel senso sostanziale e fatale del marxismo, e neppure nel senso proprio e tecnico della nostra dottrina (cioè di categorie preminenti l’attuale ed effettivo status di lavoratore di ognuno), ma nel senso storico e costringente di divisione da un lato di coloro che oggi pensano ad una valutazione piena della personalità di ogni uomo in quanto affermantisi in una attività socialmente utile (cioè valutazione piena di quello che ogni uomo è e fa) e dall’altro lato coloro che pensano ad una conservazione di privilegi e di situazioni (cioè di quello che ogni uomo ha), un simile interclassismo è storicamente fallito, non ha niente a che vedere con la sostanza e con i principi del Cristianesimo (anzi se mai ne è la contraddizione piena) e il volerlo rinfrescare sotto la vernice cristiana è un esporre il Cristianesimo a fallire la sua missione e il suo compito rispetto al secolo presente“.
E’ in questo contesto che è possibile leggere in tutto il suo carattere dirompente il concetto di Costituzione. Non esistono Costituzioni eterne, ma progetti storico-concreti legati a periodi determinati, esauriti i quali va rifondato in patto Costituzionale. Per i compiti del nuovo Stato, quelli stabiliti dalla Costituzione, occorre ripensare radicalmente le strutture:
Occorre una struttura altamente autorevole, responsabile, efficiente, e perciò rapida. La struttura dello Stato moderno non è una struttura autorevole perché nata, come sappiamo, da una finalità fondamentale: quella di contrapporre i poteri nella previsione di un suo raro e limitato funzionamento. Noi siamo di fronte, ormai in maniera radicale, alla fine della struttura parlamentare. Questo si precisa meglio se analizziamo una serie di determinazioni, per esempio la fine del monopolio legislativo delle Assemblee… Il bicameralismo integrale è legato alla previsione di una contrapposizione di poteri e di un difficile e infrequente operare dello Stato. E non parlerei neppure di una Camera tecnica, perché evidentemente si tratta di stabilire un potere di sintesi politica. Le Assemblee dovrebbero avere poche ma vaste e programmatiche discussioni su alcune direttive fondamentali; tutto il resto andrebbe dislocato ad un Esecutivo che dovrebbe assumere una parte notevole dei compiti di scelta normativa che prima spettavano alle Assemblee stesse. Tale Esecutivo non avrebbe allora bisogno di complicare il congegno con una Camera tecnica, ma troverebbe la sua strada naturale e spontanea nel Consiglio dei tecnici di cui un Esecutivo, così investito, dovrebbe naturalmente circondarsi, in conformità, volta a volta, delle singole concrete esigenze“.
Le proposte di Dossetti si muovevano nella direzione di una trasformazione profonda del rapporto tra Parlamento e esecutivo.
Un esecutivo politico, eminentemente politico, che usava una forte struttura tecnica. Lontanissima da lui l’idea di un governo di tecnici sostenuto da una maggioranza politica.
Era la fine della politica, la sua resa incondizionata dinanzi al dominio dell’economia. Ed era lontano da Dossetti il mito socialista del passaggio nella società del futuro dall’amministrazione degli uomini alla amministrazione delle cose.
Emergeva in tutta la sua valenza il problema della decisione, della decisione competente, responsabile; una decisione che non fosse una estenuata mediazione tra spinte contrapposte, ma coerente con un progetto di governo.
Il ruolo delle Camere rimaneva fondamentale sulle grandi questioni di indirizzo e indispensabile come strumento di controllo; ma esse non potevano intralciare i compiti di un esecutivo responsabile rispetto al Paese delle sue scelte.
Questa autorevolezza dell’esecutivo era richiesta proprio dalla forza del progetto, dalla sua essenziale moralità politica. Dossetti metteva così a fuoco una sorta di incongruenza tra la prima parte della Costituzione (i principi generali, su cui aveva lavorato la prima sottocommissione) e la seconda parte (la forma di governo, su cui aveva lavorato la seconda sottocommissione).
Lo spettacolo che Dossetti aveva sotto gli occhi era davvero deludente: esso portava in una direzione esattamente opposta. La paura del prevalere di questa o quell’altra forza politica, paura che era connessa alla profonda lacerazione internazionale, aveva costruito un intrigo di vincoli paralizzanti che ponevano il governo in un ruolo marginale di tenuta, di mediazione, quasi mai di proposta; quando poi le proposte emergevano, esse erano sopraffatte dai veti contrapposti, dagli accordi incessanti che ne svuotavano il senso e l’efficacia.
Cos’erano stati, d’altra parte, i governi De Gasperi?

Sul governo politico dello sviluppo
Le riflessioni di Dossetti sconvolgevano l’approccio corrente ai problemi dello Stato, sia da parte laica che da parte cattolica. La distanza dal liberalismo ottocentesco era enorme, così come quella rispetto al marxismo.
Non c’era in Dossetti alcun mito della statalizzazione o del piano, egli affermava in modo esplicito, come un’evidenza fondamentale, l’autonomia della società rispetto a qualsiasi pretesa onnicomprensiva dello Stato. Famiglia, associazioni, Chiesa mantenevano un diritto originario che doveva essere riconosciuto dall’ordinamento giuridico.
Le riflessioni di Dossetti segnavano tuttavia una distanza assai netta anche verso le concezioni prevalenti nel mondo cattolico. Già nel saggio sul La famiglia del 1943 egli aveva scritto:
La concezione cattolica dello Stato insistendo eccessivamente sulla funzione ministeriale o meramente strumentale del temporale rispetto allo spirituale, non si avviò che molto tardi – troppo tardi -ad un deciso riconoscimento della dignità di fine (sia pura infravalente) spettante al bene comune naturale: e in questo ritardo sta forse il motivo o per lo meno il pretesto di molte incomprensioni e opposizioni moderne“.
Cosa voleva dire riconoscere la dignità di fine? Le incertezze del mondo cattolico erano forti; prevaleva una preoccupazione fondamentale: il timore dello Stato. Più che indicare compiti l’atteggiamento più diffuso sembrava quello di porre degli argini. Il rischio era così quello di accettare lo Stato liberale, lo ” Stato minimo”, che per sua natura era estraneo ad ogni finalismo.
Era l’ horror statualis di cui Dossetti aveva parlato al Convegno dell’UCIIM.
Bisognava superare questa diffidenza subalterna, non già per accettare lo Stato così come era, ma proponendo una grande sfida sul piano storico: attrezzarlo per la realizzazione del bene comune.
Lo Stato non creava, ma faceva la società, cioè la ricomponeva secondo un progetto storico concreto. Data questa evoluzione dell’economia, del diritto, delle istituzioni bisognava orientarsi a questa realizzazione del bene comune con strumenti adeguati allo scopo.
L’intervento statale non solo non è operante, ma è addirittura controperante, se è fatto al di fuori di un piano che abbracci, per un certo periodo di tempo, quelli che debbono essere l’azione dello Stato e il compito storico concreto che si specifica per un determinato periodo.
Non c’è in Dossetti alcuna retorica costituzionale, fu il primo a proporre una revisione della Costituzione.
Essa esprime un progetto determinato nello spazio e nel tempo: un patto politico e insieme un patto sociale.

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