Luigi Ferrajoli, Il processo di decostituzionalizzazione del sistema politico italiano

1. La crisi della democrazia costituzionale– E’ in atto un processo di decostituzionalizzazione del sistema politico italiano. Questo processo si manifesta in una progressiva deformazione dell’assetto costituzionale diretta a introdurre una forma di democrazia plebiscitaria basata sull’onnipotenza della maggioranza e sulla neutralizzazione di quel sistema di limiti, vincoli e controlli che forma la sostanza della democrazia costituzionale. L’idea elementare che è alla base di questo processo è che il consenso popolare è la sola fonte di legittimazione del potere politico e varrebbe perciò a legittimare ogni abuso e a delegittimare critiche, limiti e controlli.

       Il processo di decostituzionalizzazione si manifesta in una lunga serie di violazioni della lettera o dello spirito della prima parte della Costituzione: le tantissime leggi ad personam, che formano ormai un vero Corpus iuris ad personam finalizzato a sottrarre il presidente del Consiglio ai tanti processi penali dai quali è assediato; le leggi razziste contro gli immigrati, che hanno penalizzato lo status di clandestino; le misure demagogiche in tema di sicurezza, che hanno militarizzato il territorio, legittimato le ronde, previsto la schedatura dei senza tetto; il controllo politico e padronale dei media, soprattutto televisivi, che ha fatto precipitare l’Italia al 73^ posto della classifica di Freedom House sui livelli della libertà di stampa, in attesa di un ulteriore precipizio se verrà approvata la legge sulle intercettazioni che non solo limita le possibilità di indagine della magistratura ma introduce una sostanziale censura sull’informazione che ci costringerà, come nei regimi totalitari, ad apprendere dalla stampa estera le notizie sul nostro paese. E ancora: i tagli alla spesa pubblica nella scuola e nella sanità; la crescita della precarizzazione del lavoro e della disoccupazione; l’aggressione al sindacato e alle garanzie giurisdizionali dei diritti dei lavoratori; il progetto di installare centrali nucleari contro cui si espresse 20 anni fa il referendum popolare.

       Di solito questo indebolimento della dimensione costituzionale della nostra democrazia viene interpretato, sia a destra che a sinistra, come un prezzo pagato a un rafforzamento e al conseguente primato della sua dimensione politica generati dal potere conferito agli elettori di scegliere volta a volta la coalizione di governo: in altre parole, come una riduzione e una svalutazione della legittimazione legale, a favore di una valorizzazione della legittimazione popolare della rappresentanza politica ottenuta dalla possibilità dell’alternanza resa possibile dal sistema bipolare e dall’aperta rivendicazione dell’onnipotenza della maggioranza.

 

2. La crisi della democrazia politica – La tesi che qui sosterrò è opposta a questa rappresentazione. Dietro la pretesa valorizzazione della rappresentanza politica si nasconde una deformazione profonda delle istituzioni rappresentative, responsabile non solo della crisi della dimensione legale e costituzionale della democrazia, ma anche della tendenziale dissoluzione della sua dimensione politica e rappresentativa. Stiamo assistendo in Italia alla costruzione di un regime personale e illiberale di tipo nuovo, senza precedenti né confronti nella storia, che è il frutto di molteplici fattori di svuotamento della rappresentanza politica.

2.1. Il populismo e l’idea del capo – Il primo fattore è la verticalizzazione e personalizzazione della rappresentanza. Il fenomeno è presente in molte altre democrazie, nelle quali la rappresentanza si è venuta sempre più identificando nella persona del capo dello stato o del governo e sono stati indeboliti ed esautorati i parlamenti. Ma in Italia, il fenomeno ha assunto forme e dimensioni che compromettono alla radice la rappresentanza politica. Per una lunga serie di fattori.

     Il primo fattore è la connotazione apertamente populista assunta dal nostro sistema politico. La democrazia politica – secondo l’immagine offertane dall’attuale maggioranza e divenuta senso comune – consistereb­be, ben più che nella rappre­sen­tanza della pluralità degli inte­ressi sociali e nella loro media­zione parla­mentare, nella scelta elettorale di una maggio­ranza e soprattutto del capo del­la maggioranza, concepito come espres­sione organica della volontà po­po­lare, dalla quale proverrebbe una legittimazione assoluta. Di qui l’insofferenza per le regole e per il pluralismo istituzionale: per l’indipendenza della magistratura e perfino per il ruolo del parlamento, la cui rappresentatività è stata del resto svuotata dall’attuale legge elettorale che ha alterato l’oggetto stesso della rappresentanza: i parlamentari, essendo di fatto nominati dai vertici dei partiti, rappresentano oggi, più che gli elettori, coloro che li hanno nominati e dai quali dipendono

     Ebbene, questa idea dell’onnipotenza del capo quale incarnazione della volontà popolare è al tempo stesso antirappresentativa e anticostituzionale. E’ innanzitutto anti‑rappre­sentativa, dato che nessuna maggioranza e tanto meno il capo della maggioranza può rappresentare la volontà del popolo intero e neppure quella della mag­gioran­za degli elettori. Come ci ha insegnato Hans Kelsen, “una sif­fatta vo­lontà collet­ti­va” non esiste, non essendo il popolo “un collettivo unitario omo­geneo”, e la sua as­sunzione ideolo­gica serve solo a “ma­sche­rare il contrasto di in­te­ressi, effetti­vo e radicale, che si e­sprime nella realtà dei par­titi politici e nel­la realtà, an­cor più importante, del con­flitto di classe che vi sta dietro”. La democrazia, aggiunse Kelsen, è un regime senza capi; giacché sempre i capi tendono ad autocelebrarsi come esseri eccezionali e come diretti interpreti della volontà e degli interessi popolari.

     Ma quell’idea è anche radicalmente anti-costituzionale, dato che ignora i limiti e i vincoli imposti dalle costituzioni ai poteri della maggioranza riproducendo, in termini parademocratici, una tentazione antica e pericolosa, che è all’o­rigi­ne di tutte le demagogie popu­liste e autoritarie: l’opzione per il gover­no degli uo­mini, o peggio di un uomo – il capo della maggioranza – con­trappo­sto al governo delle leggi e la conseguente insofferenza per la legalità avvertita come illegittimo intralcio all’azione di governo. Fu proprio questa concezione che fu rinnegata dalla Costituzione del 48 all’indomani della sconfitta del fascismo, che dopo aver conquistato il potere con mezzi legali, distrusse la democrazia edificando un regime totalitario proprio sull’idea del capo come espressione diretta della volontà popolare. Si riscoprì il significato di “co­stituzione”, stipulato nel­l’art.16 della Déclaration des droits del 1789, come norma volta a garantire la separazione dei poteri e i diritti fondamentali di tutti: ossia esattamente i due principi che erano stati negati dal fascismo e che del fascismo sono la negazione.

 

2.2. I conflitti di interesse ai vertici dello Stato.- Il secondo fattore di crisi della rappresentanza politica è la progressiva confusione e concentrazione dei pote­ri. Mi riferisco ‑ ancor più che alla lesione, che pure è costantemente tentata, del classico princi­pio della separa­zione tra i pubblici poteri, e in particolare dell’indipendenza del potere giudiziario ‑ al progressi­vo venir meno di una separazione ancor più impor­tante, che fa parte del costitu­zio­na­lismo profondo dello Stato moderno: la separazione tra sfe­ra pub­bli­ca e sfera pri­vata, ossia tra pote­ri politici e poteri eco­no­mici.

    Il tramite di que­sta con­fu­sione di poteri è costitui­to dal conflitto di interesse, che in Italia ha as­sunto le forme, senza confronti e senza pre­cedenti, della con­centra­zione nelle stesse mani dei po­teri di go­verno, di un enorme sistema di interessi e di poteri economici e finanziari, nonché dei poteri mediatici as­sicurati dal quasi mono­polio del­l’informazio­ne televisiva. Al punto che non può neppure parlarsi, propriamente, di conflitto di interessi, bensì di un aperto primato degli interessi privati del presidente del consiglio sugli interessi pubblici e di una subordinazione dei secondi ai primi, assunti come una sorta di nuova grundnorm, inderogabile e non negoziabile, del nuovo sistema politico.

     Per questo possiamo parlare, a proposito dell’anomalia italiana, di una singolare regressione premoderna allo stato patrimoniale contrassegnato da connotati populisti: in sintesi, di una forma di patrimonialismo populista o se si preferisce di populismo patrimonialista, generata dal connubio tra populismo e patrimonialismo, che si manifesta in una sorta di privatizzazione o di appropriazione privata della sfera pubblica. Si tratta di un fenomeno nuovo nella storia delle istituzioni politiche, non paragonabile alla vecchia degene­razione della sfera pubblica, quando la politica era corrot­ta, compra­ta e subor­dina­ta agli in­teressi eco­nomici priva­ti e tutta­via da que­sti pur sempre di­stin­ta e sepa­rata. Allora, all’epoca di “Tangentopoli”, fu svelato un rapporto corrotto ed occulto tra politica ed economia. Ma il rapporto tra sfera pubblica e sfera privata, per quanto corrotto, rimaneva pur sempre un rapporto di distinzione e di separazione. Oggi, dalle collusioni occulte fra interessi pub­bli­ci e interessi privati su cui si era retto il vecchio sistema della corru­zione si è passati alla loro con­fusio­ne espli­cita e isti­tuziona­lizzata, in forza della quale alla vecchia corruzione, peraltro non venuta meno a causa della voracità del nuovo ceto politico, si è sostituita la diretta gestione politica dei propri personali interessi: sia che si tratti dell’abolizione delle imposte sulle successioni e sulle donazioni, o dell’approvazione a ripetizio­ne di leggi ad personam in materia di giustizia, o della censura del dissenso e dell’informazione, o della difesa e del rafforzamento del mo­nopolio te­levisivo.

      Il risultato di questo connubio tra patrimonialismo e populismo è la dissoluzione della rappresentanza. In entrambi i sensi della parola. Viene meno, in primo luogo, la rappresentanza giuridica o legale, che come dice il codice civile, è incompatibile con il conflitto tra gli interessi del rappresentante e quelli del rappresentato. Ma viene compromessa anche la rappresentanza politica, che secondo l’art.67 della Costituzione è rappresentanza della Nazione e non può quindi essere condizionata dagli interessi del rappresentante, tanto più se questi è il capo della maggioranza.

       Aggiungo che questi due primi fattori di vanificazione della rappresentanza – il populismo plebiscitario e l’idea di un rapporto organico tra governo e società da un lato, e la concentrazione dei poteri e il primato degli interessi personali dei governanti dall’altro – sono al tempo stesso opposti e convergenti. Sono opposti perché annullano la mediazione rappresentativa per opposte ragioni: l’uno identificando rappresentanti e rappresentati, e precisamente il capo dei rappresentanti, quali espressione organica della volontà popolare; l’altro escludendo la rappresentanza degli interessi generali ed ancorandola invece agli interessi personali dei rappresentanti e di nuovo, specificamente, del capo. Sono convergenti perché la dissoluzione da essi provocata della mediazione rappresentativa – o perché sostituita dall’identificazione ideologica tra rappresentanti e rappresentati, o perché esclusa dalla subordinazione di fatto degli interessi generali dei rappresentati agli interessi privati dei rappresentanti – avviene in entrambi i casi attraverso la massima personalizzazione della rappresentanza. Non solo. Questi due fattori si rafforzano reciprocamente: da un lato i conflitti di interesse, e in particolare il controllo dei media, valgono a conquistare e a rafforzare il consenso elettorale; dall’altro il consenso maggioritario viene a sua volta invocato per legittimare i conflitti di interesse, al pari del resto di qualunque altro tipo di devianza, e per delegittimare qualunque vincolo o critica proveniente da poteri o soggetti non elettivi.  E’ così che l’incrocio perverso tra populismo e concentrazione dei poteri si risolve nel connubio di due assolutismi: quello dei poteri privati e quello dei poteri di governo, gli uni e gli altri intolleranti della separazione dei pubblici poteri e dei principi di uguaglianza e di legalità. Ed è aggravato da un’ulteriore forma di concentrazione dei poteri: quella tra poteri politici e poteri mediatici o culturali, generata dalla proprietà e dal controllo dei media da parte del titolare del potere politico, in contrasto con una terza separazione prodottasi anch’essa con la modernità: quella tra potere e sapere, tra poteri pubblici e informazione. Con il risultato che non è più l’informazione e la libera stampa che controlla i pubblici poteri, ma viceversa.

     

2.3. La spoliticizzazione e la corruzione del senso civico.- C’è poi un secondo aspetto, per così dire dal basso, della crisi della democrazia politica: lo sviluppo del qualunquismo che si manifesta da un lato nell’omologazione dei consenzienti, dall’altro nella denigrazione dei dissenzienti. La denigrazione dei dissenzienti si manifesta in una pluralità di divisioni e di rotture della solidarietà sociale all’insegna dell’opposizione amico/nemico, bene/male, amore/odio. Dove il nemico ha sembianze sociali, o politiche o culturali: gli immigrati, i delinquenti di strada, i comunisti, l’opposizione, la libera stampa, gli intellettuali, il sindacato, la magistratura. In tutti i casi è un nemico che mente e complotta, per il quale vengono riesumate vecchi categorie della propaganda fascista: sono disfattiste, anti-nazionali e anti-italiane le critiche della stampa e dell’opposizione; sono eversivi i processi e le indagini giudiziarie. In particolare, sono complotti – gestiti dai comunisti – i processi penali oppure le rivelazioni scandalistiche sulla vita privata del capo.

       L’omologazione dei consenzienti, d’altro canto, avviene per il tramite della spoliticizzazione di larghi settori dell’elettorato, che si manifesta, oltre che nell’astensionismo o nel qualunquismo, nel declino del senso civico e nell’indebolimento dell’opinione pubblica. Che cosa è infatti l’opinione pubblica? E’ l’opinione che si forma sulle “questioni pubbliche”, cioè di pubblico interesse perché riguardanti gli interessi di tutti; e che perciò viene meno allorquando si dissolve in una somma di opinioni vertenti tutte sui molteplici e diversi interessi personali. Si possono avere opinioni politiche di destra o di sinistra, conservatrici o progressiste e perfino liberali o illiberali. Ciò che di esse fa  un’opinione “pubblica” o “politica” è il fatto di essere informate, o comunque di volersi informare ai pubblici interessi.

      Ebbene, la distruzione dell’opinione pubblica avviene con la disinformazione e con la menzogna. Ma avviene soprattutto allorquando viene promosso il disinteresse e l’indifferenza per gli interessi pubblici: quando dall’orizzonte politico del cittadino svanisce l’idea stessa di “interesse generale” e la sua attenzione politica viene rivolta soltanto ai suoi interessi personali e privati,  assunti come criteri esclusivi della sua valutazione politica, a cominciare da quella che si manifesta nell’esercizio del diritto di voto.  E’ chiaro che questa indifferenza dei cittadini per gli interessi generali e questo loro isolamento nei loro interessi privati formano il miglior terreno di coltura della passivizzazione politica e, con essa, del populismo e della delega a un capo. C’è una pagina assai nota di Tocqueville, di straordinaria attualità, che illustra questo nesso tra depressione dello spirito pubblico e dispotismo: “Il dispotismo”, scrisse Tocqueville, “vede nell’isolamento degli uomini la garanzia più certa della propria durata, e in generale mette ogni cura nel tenerli separati… Innalza barriere tra loro e li divide”, “fa dell’indifferenza una specie di virtù pubblica”, li trasforma in una “folla innumerevole di uomini” ciascuno dei quali “vive per conto suo ed è come estraneo al destino di tutti gli altri: i figli e gli amici costituiscono per lui tutta la razza umana; quanto al resto dei concittadini, egli vive al loro fianco ma non li vede; li tocca ma non li sente; non esi­ste che in sé stesso e per sé stesso, e se ancora possiede una famiglia, si può dire per lo meno che non ha più patria” E aggiunge: il potere dispotico “è contento che i cit­tadini si svaghino, purché non pensino che a svagarsi”.

 

 

 

3. I rimedi alla crisi: quattro indicazioni – Ebbene, di fronte a questo processo di decostituzionalizzazione, noi pensiamo che la sinistra debba opporre una rigida difesa dell’assetto costituzionale della nostra democrazia; che debba liberarsi dall’egemonia culturale della destra, nella consapevolezza che oggi l’attacco è non tanto e non solo alla Costituzione italiana del ’48, ma al costituzionalismo quale sistema di limiti e vincoli a tutti i poteri; e che è soprattutto il valore del costituzionalismo che venti anni di tentativi di riforma regressiva della nostra Costituzione hanno logorato e messo in crisi nel senso comune. In questa prospettiva ci sembra che possano formularsi quattro indicazioni, che richiedono tutte un mutamento della politica costituzionale della sinistra.

 

4.1. La prima indicazione è che le forze di opposizioni dovrebbero abbandonare, almeno in questa legislatura, ogni progetto di riforma costituzionale complessiva. Con questa destra, dovrebbe ormai essere chiaro, le uniche riforme possibili sono quelle dirette a trasformare il nostro sistema in senso autocratico e padronale. Ne sono prova i due progetti di riforma costituzionale proposti dalla destra – la loro carta di identità costituzionale, per così dire – diretti inequivocabilmente a trasformare in costituzione formale la decostituzionalizzazione di fatto prodottasi della nostra democrazia: la riforma varata nella legislatura 2001-2006 e bocciata dal referendum e la bozza di revisione in 37 articoli dell’intera carta costituzionale, consegnata al presidente Napolitano dall’on. Calderoli all’indomani delle elezioni regionali.

     Non mi soffermerò ad illustrare questa incredibile bozza. Mi limiterò a segnalare due elementi: 1) la dissoluzione della rappresentanza politica, non più soltanto fatta di rappresentanti nominati, in base all’attuale legge elettorale, dal leader della coalizione vincente destinato a divenire presidente della Repubblica, ma anche blindata dalla previsione di un meccanismo di sfiducia costruttiva “nel rispetto del risultato elettorale”; 2) la lesione della separazione dei poteri e, in particolare, la vanificazione del controllo di costituzionalità delle leggi, raggiunta con due semplici operazioni: la nomina dei due terzi dei giudici costituzionali da parte del parlamento e dei suoi due presidenti, espressi ovviamente dalla maggioranza, e la previsione che l’annullamento di una legge potrà avvenire solo a maggioranza dei due terzi dei componenti.

      Certamente, grazie alle divisioni della destra, questo progetto sarà accantonato. Dobbiamo però prendere atto del suo carattere sovversivo e dalla mancanza di senso del limite di questa destra; la cui impudenza è ormai arrivata al punto che dalle leggi ad personam si vorrebbe passare alla costituzione ad personam, la cui unica, trasparente finalità è chiaramente quella di fare dell’attuale presidente del consiglio un autocrate incontrastato e incontrollato.

 

4.2. La seconda indicazione, che suggerisce anche un forte argomento da opporre alle proposte della destra, è che la nostra Costituzione non censente la sua integrale riscrittura, ma solo singoli emendamenti. Il potere di revisione da essa previsto non è infatti un potere costituente, ma un potere costituito, che non può trasformarsi in costituente senza violare l’art.1 sulla sovranità popolare. L’art.138 che ne disciplina l’esercizio non consente perciò che con legge di revisione possa scriversi una costituzione interamente nuova e diversa. Consente solo revisioni specifiche di questa o quella norma costituzionale consistenti in emendamenti di contenuto omogeneo: se non altro perché il referendum cui la revisione può essere sottoposta non deve riguardare, come la Corte costituzionale ha più volte ribadito, istituti eterogenei in ordine ai quali l’elettore può avere opinioni in parte favorevoli e in parte sfavorevoli. In caso contrario il referendum confermativo si trasformerebbe in un plebiscito, in accordo, del resto, con la sostanza plebiscitaria dell’assetto costituzionale voluto dalla destra. Senza contare l’inammissibilità di una Costituzione di maggioranza votata da un parlamento come l’attuale composto interamente di parlamentari nominati.

      Del resto le costituzioni serie non si modificano ad ogni cambio di stagione. Pensiamo a come sarebbe accolta negli Stati Uniti un progetto di riforma complessiva della Costituzione del 1786. Naturalmente questo non vuol dire che la Costituzione del 48 non sia, in tempi migliori, modificabile. Il costituzionalismo può ben essere sviluppato, come dimostrano le costituzioni di terza generazione dell’America Latina. 

      Pensiamo al Brasile, dove sono stati introdotti: 1) l’azione diretta e non incidentale di incostituzionalità promossa da un procuratore generale presso il Tribunale costituzionale, oltre che dal Presidente e dai governatori degli Stati e perfino dai partiti e dai sindacati; 2) il controllo di costituzionalità per omissione; 3) i vincoli di bilancio che impongono la destinazione di quote minime del bilancio alla garanzia dei diritti sociali alla salute, all’istruzione e alla sussistenza. Pensiamo agli Stati Uniti, dove è previsto, contro le varie forme di conflitti di interesse, un rigido sistema di incompatibilità e di separazioni, a cominciare dalla separazione, ancor più importante e pregiudiziale di quella tra i pubblici poteri, tra funzioni pubbliche e grandi interessi privati, tra poteri politici e poteri economici e, in particolare, tra poteri politici e poteri mediatici. Pensiamo al Messico, dove il giudizio sulle varie forme di incompatibilità e di ineleggibilità è stato affidato, anziché ad organi interni al Parlamento – come in Italia, dove le incompatibilità pur previste dalla legge (art.10 della legge eletto­rale n.361 del 30.3.1957) tra mandato parlamentare e titolarità di “imprese vincolate con lo Stato e di concessioni ammi­nistrative di note­vole enti­tà eco­nomi­ca”, quali quelle televisive sono rimaste lettera morta perché affidate alla Commissione parlamentare di verifica dei poteri – a istituzioni di garanzia esterne al parlamento – il Tri­bunal Electoral del Poder Judicial e l’In­stituto Fede­ral Electoral, istituiti nel 1996 – chiamate a decidere imparzialmente e credibilmente su tutte le controversie in materia di elezioni, a cominciare dalle cause di ineleggibilità.

      Ma pensiamo, soprattutto, alla prospettiva sempre più urgente di un costituzionalismo globale, che introduca idonee garanzie a quell’embrione di Costituzione del mondo che già oggi è costituito dalla Carta dell’Onu, dalla Dichiarazione universale dei diritti del ’48, dai Patti del 1966 e dalle tante carte sovranazionali dei diritti di carattere regionale: un costituzionalismo globale in grado di mettere al bando le guerre e di colmare quel vuoto di diritto pubblico, responsabile oggi, nell’attuale crisi delle sovranità statali, di una globalizzazione selvaggia e senza regole che sta provocando la crescita delle disuguaglianze, la morte per fame o per malattie non curate di milioni di esseri umani ogni anno, le tante catastrofi ambientali e il pericolo per la sopravvivenza stessa dell’umanità sul nostro pianeta.

 

 

4.3. Frattanto, ed è questa la nostra terza indicazione, c’è una sola, urgente riforma che le forze di opposizione dovrebbero promuovere, quella dell’art. 138 Cost. in tema di revisione della Costituzione medesima: la previsione, per ogni revisione, di una maggioranza qualificata di almeno due terzi dei componenti del parlamento, l’esclusione da qualunque revisione ma solo la possibilità di espansione e rafforzamento dei diritti fondamentali e dei principi supremi, come l’uguaglianza, la dignità della persona, la pace e la separazione dei poteri; infine l’esplicita limitazione, oggi solo implicita, del potere di revisione, cui non dovrebbe essere consentiti tentativi di riforma dell’intera costituzione, ma solo l’approvazione di emenda­menti di questa o quella singola e determinata norma costituzio­nale.

 

4.4. Il metodo elettorale proporzionale – Infine, e vengo alla questione più dolente, la legge elettorale. L’esperienza di questi anni dovrebbe averci insegnato che a tutela dell’uguaglianza nel diritto di voto e contro le derive populiste, la sola garanzia è il metodo elettorale proporzionale e il sistema parlamentare. Solo la democrazia parlamentare basata sul metodo propor­zionale, favorendo lo svi­luppo dei parti­ti e per il loro trami­te la rappresentanza di interessi sociali e di opzioni politiche diverse e talora in conflitto, è infatti idonea a garantire il pluralismo politico e la rappresentanza dell’intero elettorato e ad impedire involu­zioni monocratiche generate invece, come nei sistemi maggioritari, alla personalizzazione della rappresentanza. Per questo, scrisse Kel­sen, “la rappre­sentanza pro­porziona­le costitui­sce la maggio­re approssimazione possibile al­l’ideale del­l’autode­ter­minazione in una democrazia rappresentati­va, e quindi il si­stema elettorale più democratico”.

      Sarebbe perciò necessario, a questo punto, un sereno bilancio degli ef­fetti per­versi del bipolarismo. Il sistema bipolare è una sorta di stampo calato sulla società, che artificialmente ne nega il pluralismo politico,mortifica i dissensi, offusca le differenze degli interessi rappresentati, semplifica la complessità sociale costringendo gli elettori a schierarsi con una delle parti in conflitto e trasformando le elezioni in una partita nella quale si vince anche solo per un punto. Un’esigua minoranza di elettori incerti, prevalentemente spoliticizzati e più degli altri esposti al condizionamento della propaganda, decide infatti l’esito delle elezioni con un alto grado di casualità. E’ così che questo si­stema ha distrutto i parti­ti, ha allar­gato il fossato tra ceto politico e società, ha ri­dotto le compe­tizioni elettorali a guer­re di spot tra coalizioni che si contendono il centro e quin­di devono essere tanto più ris­sose quanto più devono ten­dere ad omologarsi. Diversamente dal sistema proporzio­nale, nel quale i par­titi non sono in concorrenza tra loro perché hanno programmi di­versi e rappresen­tano forze sociali diverse e con­trappo­ste, nei sistemi maggiori­tari i parti­ti sono costretti ad assomigliar­si per concorrere alla rap­presentan­za dell’elettorato incerto e modera­to e perciò a svuotare i loro pro­grammi di conte­nuti distintivi e a configgere rissosa­men­te sul nulla. Ma soprattutto il sistema bipolare, favorendo la personalizzazione della rappresentanza e il culto del capo, ha cambiato il senso comune sulla democrazia, fornendo il principale sostegno alla sua involuzione in senso populista e autoritario.

      Oggi la scelta bipolare continua ad essere difesa, in Italia, dalla maggioranza delle forze politiche incluse, incredibilmente, le forze della sinistra che ne hanno subito i danni maggiori. Dobbiamo invece riflettere sui guasti da essa prodotti. Sono gli stessi guasti che 90 anni fa, alle soglie del fascismo, furono denuncia­ti da Piero Gobetti con la sua dura critica al si­stema uninomi­nale: “una forma feudale”, egli scrisse, che “si esprime nella formazione di una classe di politici facili a degenerare in una pratica di po­liti­cantismo parassitario”. La proporzionale, che era stata introdotta nel ’19 con il suffragio universale e poi abolita dai fascisti, valse a “creare le con­dizioni della lotta politica e del nor­male svol­gi­mento dell’o­pera dei partiti”. “Il fascismo”, egli aggiunse, “do­vette sconvolgere, per vincere, i risul­tati liberali di due esperimenti proporzionali­sti. Il loro istinto di padroni guida assai pre­cisa­mente i fascisti nella lot­ta alla proporzionale… Dove prevale senza incertezze una mag­gio­ranza si ha nient’altro che un’oligarchia larvata”.

      Siamo così giunti a un’importante conclusione: la garanzia e la rifondazione della democrazia politica rappresentativa non solo non contrastano, ma richiedono la rifondazione e il rafforzamento della democrazia costituzionale con un sistema complesso di garanzie, anzitutto a tutela della rappresentatività del sistema politico. Quanto più si indebolisce il rapporto di rappresentanza e i rappresentanti si distaccano dalla società, tanto più essenziale diventa il paradigma della democrazia costituzionale, cioè il sistema di limiti e vincoli, di separazioni tra poteri e incompatibilità, idonei a impedirne la degenerazione burocratica e autoritaria.

      Concludo con un’ultima osservazione. Certamente, fino ad oggi la democrazia costituzionale e la Costituzione italiana hanno resistito, grazie all’effettività della separazione dei poteri: dell’indipendenza della magistratura ordinaria e della giurisdizione costituzionale. Ma non possiamo essere certi che questa resistenza, di carattere solo istituzionale, non sarà travolta, se proseguirà la corruzione del senso comune in materia di democrazia. Esiste infatti un’interazione tra involuzione istituzionale e senso comune: l’opinione pubblica può ben essere trasformata e corrotta dalla demagogia politica sviluppata dal sistema politico-mediatico e retroagire in suo favore sotto forma di consenso di massa. Per questo ciò che oggi soprattutto si richiede è lo sviluppo, a sinistra, di una cultura costituzionale opposta e alternativa a quella della destra e, insieme, un forte impegno di pedagogia civile, diretto a rifondare nel senso comune i valori del costituzionalismo democratico: del pluralismo politico e istituzionale, dei principi di uguaglianza e dignità delle persone, del ruolo di difesa degli interessi generali spettante alla politica e, soprattutto, di una con­cezione della democra­zia come sistema fragile e com­ples­so di se­parazioni ed equi­libri tra pote­ri, di limiti di forma e di so­stanza al loro esercizio, di ga­ranzie dei diritti fon­damen­tali, di tecniche di controllo e ripa­ra­zione con­tro le loro vio­lazioni.

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