SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE ALLA PRIMA COMMISSIONE

(Raniero La Valle)

IL SENATO: DA ENTE INUTILE  A ENTE PERICOLOSO?

La decapitazione del Parlamento

 

Pbblichiamo il testo dell’audizione di Raniero La Valle, Presidente dei Comitati Dossetti per la Costituzione, presso la I Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, il 20 ottobre 2014, in occasione dell’inizio del dibattito della Camera sulle riforme costituzionali

Grazie al presidente Sisto e ai colleghi deputati per questo invito.

Credo che la cosa più utile che io possa fare sia di farvi conoscere le reazioni alla riforma costituzionale che si sono manifestate in quell’ area di opinione del Paese che si riconosce o è in sintonia con le posizioni espresse dai Comitati Dossetti per la Costituzione di cui io sono il presidente eletto.

Dico, per i colleghi più giovani, che Giuseppe Dossetti è stato un grande costituente, uno dei principali ispiratori della Costituzione e di molti suoi articoli. Per lui la Costituzione non era semplicemente una legge per così dire rinforzata, era un patto non solo politico ma morale tra i cittadini e lo Stato, tra il popolo e le istituzioni; la Costituzione era un bene comune ed era così importante per lui che la mise perfino sopra la sua successiva scelta di vita monastica, tanto che quando la Costituzione fu in pericolo scese dal suo eremo per tornare nella città, nella politica, per difenderla; e ai giovani a cui cercava di insegnare la vita cristiana disse un giorno che se avessero fatto cilecca con i dieci comandamenti, sarebbe già stato molto se fossero rimasti fedeli ai valori della Costituzione.

Moltissima gente in Italia la pensa così. Molti si sono accorti che la Costituzione è l’unica cosa che ha tenuto nella tempesta, che li ha salvati quando ci sono stati tentativi di golpe, stragi di Stato, carabinieri e guardie di finanza infedeli, terrorismo, Brigate Rosse, lo schianto del sistema politico e dei partiti. La Costituzione è stata quella che ha tenuto in piedi lo Stato, ha mantenuto l’unità del Paese, ha sconfitto la violenza, non solo per l’efficacia delle sue norme, ma per il suo straordinario prestigio, per la persuasività della sua visione dei diritti e dei doveri, per il consenso di massa di cui ha goduto e per l’onore con cui si è stati convinti che dovesse essere trattata. Questo patrimonio può rapidamente andare perduto. Perciò il problema non è stato mai se essa potesse essere modificata o no, perché è chiaro che poteva esserlo, il problema era del modo di farlo, era l’attenzione, la delicatezza, la cura con cui la Costituzione dovesse essere maneggiata anche nei processi delle sue eventuali modifiche. Quello che ora è successo è che questa complicità virtuosa con la Costituzione si è rotta, che questo riguardo è venuto meno. Continua a leggere

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APPELLO DEI COMITATI DOSSETTI – SALVARE IL PRESTIGIO DELLA COSTITUZIONE

I Comitati Dossetti per la Costituzione lanciano un grido di vivissimo allarme per le modalità non prive di forzature autoritarie attraverso cui sta procedendo e viene presentata all’opinione pubblica la revisione della Costituzione. Non basta che non ci siano intenzioni autoritarie nei riformatori, né nella nuova Costituzione stessa, se sono autoritarie le forme in cui essa viene progettata e “portata a casa”, come si dice con orribile senso di appropriazione, dagli esponenti del governo. La Costituzione repubblicana gode di un altissimo prestigio presso i cittadini, non solo per i suoi contenuti, ma anche per il modo in cui essa è stata pensata, discussa e consegnata al Paese. Il rischio è che oggi una riforma, anche eventualmente ben fatta, per le modalità e i linguaggi che la configurano, possa far perdere alla Costituzione il suo prestigio, e farla cadere dal cuore degli italiani. Rischio tanto maggiore in quanto l’obiezione sollevata dalla Corte Costituzionale sulla illegittimità del modo in cui gli attuali parlamentari sono stati eletti, potrebbe tradursi in una percezione popolare dell’illegittimità dell’intera Costituzione, quale da loro modificata e riscritta.   Occorre anche tener conto del fatto che si sta rifacendo la Costituzione in un momento di crisi del Paese e di altissimo lutto nella situazione internazionale per l’ecatombe di Gaza e l’abbattimento dell’aereo passeggeri in Ucraina, ciò che richiama a quanto è in gioco nel rapporto tra istituzioni e vita reale e dovrebbe indurre a maneggiare la materia con estrema delicatezza, gravità e misura.

I Comitati Dossetti per la Costituzione sono altrettanto allarmati per possibili esiti incontrollati e imprevisti della revisione in corso, quali sono fatti balenare dai suoi promotori col riferimento a una ulteriore fase di passaggio al presidenzialismo.   Continua a leggere

E’ DA VENT’ANNI CHE SI FANNO PESSIME RIFORME COSTITUZIONALI

Quella chiesta dal governo per il Senato, insieme alla legge elettorale “Italicum” è la peggiore di tutte: intervento del sen. Walter Tocci alla Prima Commissione del Senato il 23 aprile 2014

Se Obama andasse in televisione ad annunciare la presentazione di un disegno di legge per cancellare il Senato e minacciasse di dimettersi in caso di mancata approvazione entro le prossime elezioni di medio termine chiamerebbero l’ambulanza o attiverebbero l’impeachment.

Noi invece passiamo agli emendamenti, alle chiose, alle precisazioni e ci riuniamo in seduta notturna per fare presto, per approvare la legge entro le prossime elezioni che tra l’altro dovrebbero riguardare il confronto sui programmi per l’Europa.

Tutto ciò viene presentato come la modernità, ma a me pare il rigurgito di un vecchio provincialismo delle classi dirigenti italiane che non hanno mai avuto l’orgoglio delle proprie istituzioni.

Il dibattito è cominciato molto male, a mio avviso. Si può certo cambiare la Costituzione, ma solo se si cambia verso. Mi occuperò nel mio intervento soprattutto della critica dei presupposti. Diceva Kant che se il problema è impostato correttamente la soluzione viene per semplice deduzione, ma se il problema è impostato in modo confuso si gira intorno senza mai trovare la soluzione.

Se abbiamo rispetto di noi stessi e dell’istituzione che rappresentiamo non possiamo accettare l’invadenza del governo in materia costituzionale e tanto meno quando si tratta della struttura del Parlamento. Non è mai accaduto in tale misura nella storia repubblicana. Alla Costituente quando si passò all’esame degli articoli Pietro Calamandrei chiese ai ministri di lasciare l’aula, perché il governo non doveva interferire sulla Costituzione. Questo rispetto è durato più di mezzo secolo e fu messo in discussione la prima volta nella 14° legislatura dalla maggioranza di centro destra con la confusa revisione della seconda parte poi bocciata dai cittadini nel referendum del 2006. Alcuni membri di questa commissione erano presenti già allora. Continua a leggere

Servire, non servirsi

di Walter Tocci   (Articolo pubblicato su L’Unità del 26 Marzo 2014)

Il nesso tra legge elettorale e nuovo Senato è discusso con preoccupante superficialità. Se ne fa una questione di calendario, senza badare alla sostanza. L’Italicum consente a una minoranza sostenuta dal 20% degli aventi diritto al voto di arrivare al governo, potendo contare su deputati non scelti dagli elettori e non avendo risolto il conflitto di interessi, con la strada aperta al Quirinale e a modifiche più gravi della Costituzione.
Si tratta di un worst case scenario, certo, che potrebbe diventare un presidenzialismo selvaggio senza bilanciamenti se si indebolisse anche la funzione politica del Senato facendone il dopolavoro degli amministratori locali. Il capo del governo non avrebbe difficoltà a concedere qualcosa agli interessi locali per ottenere il consenso dei nuovi senatori non eletti direttamente dal popolo e quindi sprovvisti delle garanzie dell’articolo 67 della Carta. Non avrebbero, infatti, la libertà di mandato e non rappresenterebbero la nazione intera, poiché sarebbero obbligati all’indirizzo di governo dell’Ente di provenienza, come ammette in parte il testo del governo.
Se si insiste con l’Italicum – si spera con qualche miglioramento – ci serve un forte Senato delle garanzie che, in regime bicamerale, si occupi di alta legislazione, della Costituzione, dei Codici dei diritti fondamentali, dell’ordinamento istituzionale e del controllo dell’attività statale. Funzioni tanto delicate richiedono l’elezione da parte dei cittadini con un’apposita legge elettorale non finalizzata alla governabilità, perché in questa assemblea mancherebbe il voto di fiducia; sarebbero inoltre dimezzati il numero di senatori e le rispettive indennità. Si passerebbe dal bicameralismo perfetto al bicameralismo delle garanzie con una chiara distinzione di compiti, alla Camera il governo del Paese e al Senato l’attuazione dei principi costituzionali.
Curando la qualità dell’ordinamento si renderebbe più agevole il governo non solo a livello nazionale, ma anche nelle Regioni e nei Comuni. Il Titolo V è fallito perché il Parlamento, dopo aver decentrato i poteri, ha continuato a legiferare al vecchio modo, con norme di dettaglio che hanno deteriorato le relazioni Stato-Regioni, senza una vera autonomia fiscale e senza riformare la macchina statale in funzione dei nuovi poteri locali. Ora si vuole tornare al centralismo statale, ma per non farlo vedere si getta fumo negli occhi con la retorica del Senato federale, che avrebbe il compito davvero modesto di dirimere il contenzioso. Sarebbe più saggio prevenirlo, innalzando la qualità delle leggi con la Camera Alta.
Viene spesso usato a sproposito l’esempio del Bundestrat, dimenticando che il sistema tedesco non solo è bilanciato ma non si darebbe mai una legge elettorale con l’abnorme premio di maggioranza dell’Italicum. E soprattutto ha saputo recuperare il divario con le regioni dell’Est in soli venti anni. Da noi la tensione Nord-Sud si è accentuata senza arrivare alla frattura, ma solo in virtù della mediazione svolta dai partiti nazionali di destra e di sinistra, pur con le loro debolezze; l’aver contenuto la scissione leghista negli anni Novanta è l’unico merito di Berlusconi. Nel Senato federale, peraltro non previsto nel nostro programma elettorale, si formerebbero invece maggioranze di regioni forti contro quelle deboli e ciò, in assenza di mediazione politica, potrebbe portare alla rottura dell’unità nazionale. L’Italia è l’unico paese europeo che non può permettersi di poggiare la rappresentanza parlamentare sulla frattura territoriale.
È ancora possibile discuterne o già è tutto deciso? La qualità di una riforma costituzionale dipende in gran parte dalle finalità e dal modo in cui viene dibattuta. Tutti i cambiamenti apportati durante la Seconda Repubblica si sono rivelati sbagliati perché vincolati a ragioni politiche contingenti. Nel 2006 la destra cercò la propria stabilizzazione stravolgendo la Carta, che fu salvata in extremis dai cittadini nel referendum. La sinistra invece ha cambiato il Titolo V per inseguire Bossi, ha introdotto lo ius sanguinis del voto all’estero per dare sponda a Fini, ha sigillato il pareggio di bilancio – di cui oggi si chiede la deroga – per dare retta a Monti. Renzi rischia di ripetere vecchi errori e si spinge fino a minacciare la crisi politica per ottenere la cancellazione del Senato. Una sorta di voto di fiducia al governo in materia costituzionale: è allarmante che non desti allarme.
Se la nuova classe politica vuole superare davvero il ventennio non prosegua a cambiare le istituzioni secondo i propri fini politici. Non bisogna servirsi della Costituzione, ma servire la Costituzione migliorandola.

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PER UN PARLAMENTO COSTITUENTE A BRUXELLES

ASSEMBLEA PROMOSSA DA ECONOMIA DEMOCRATICA – SBILANCIAMOCI – COMITATI DOSSETTI PER LA COSTITUZIONE

 

Roma 12 aprile 2014 ORE 10 al Centro Congressi di Via dei Frentani 4

EGUAGLIANZA E INCLUSIONE IN ITALIA E IN EUROPA  

 

Ore 10 – Inizio dei lavori (Raniero La Valle)

Democrazia contro esclusione

 

Prima relazione (prof. Luigi Ferrajoli)

Dall’Europa dei poteri all’Europa dei diritti e delle garanzie

 

Seconda relazione (prof. Claudio Gnesutta)

Quale economia per un’Europa democratica

 

Europa e Costituzione (Pier Virgilio Dastoli, presidente del Movimento europeo)

Interventi

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Le elezioni per il Parlamento europeo avvengono nel segno di un rovesciamento. Il sogno dell’Europa unita si sta trasformando in un incubo. In Grecia le famiglie devono scegliere se comprare la luce, il cibo o le medicine. In Italia imprenditori si suicidano perché nessuno paga i loro crediti. In Francia e in altri Paesi fondatori della Comunità europea il principale emigrante è diventato il lavoro, che va dove è più abbondante ed è meno pagato e non ha alcun diritto. L’ideale politico dell’Europa unita, che avrebbe dovuto realizzarsi col superamento degli Stati nazionali e l’instaurazione della pace, è naufragato in un arretramento della politica che ha ceduto all’economia, alla finanza e al denaro, nel frattempo diventato euro, il governo della società e la sovranità che dai popoli europei avrebbe dovuto passare al popolo dell’Europa.

In questo contesto le politiche antisociali di rigore imposte dagli organi comunitari in ossequio ai mercati finanziari stanno producendo, in gran parte dell’Unione, una recessione che pesa interamente sui ceti più deboli, provocando un aumento della povertà e della disoccupazione e una riduzione delle prestazioni dello Stato sociale. Ne risulta minato il processo di integrazione, ben prima che sul piano politico e istituzionale, nella coscienza e nel senso comune di gran parte delle popolazioni europee. L’unità del nostro continente richiede infatti lo sviluppo di un senso di appartenenza a una medesima comunità, quale solo può provenire dall’uguaglianza nei diritti, oggi smentita dalla crescente diseguaglianza tra popoli del nord e popoli del sud dell’Europa, non soltanto nei diritti sociali, garantiti ai primi e sempre meno ai secondi, ma anche nei diritti politici, essendo incomparabile il peso, ai fini del governo dell’Unione, del diritto di voto nei Paesi più ricchi e in quelli più poveri.

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Italicum, peggio della Legge Acerbo voluta dal fascismo

di Domenico Gallo

Adesso che la legge elettorale, concordata fra Renzi e Berlusconi ma effettivamente scritta da Verdini, è stata approvata da un ramo del Parlamento, la realtà ci dimostra quanto sia utile un sistema bicamerale come clausola di salvaguardia per garantire che le decisioni politiche più importanti non siano assunte nella fretta e con l’inganno.

Fino a quando non sarà abolita la seconda Camera i blindati del decisore politico di turno non potranno passare a passo di carica sui diritti del popolo bue, travolgere l’eguaglianza, sopraffare le minoranze politiche o sociali. Dovranno affrontare il terreno accidentato delle pause di riflessione, delle contestazioni dell’opinione pubblica e dei ripensamenti che possono allignare persino nella coscienza degli yes-men inviati dai partiti in Parlamento.

Proprio la vicenda della legge elettorale è una dimostrazione in corpore vivo della funzione di garanzia del bicameralismo che, solo qualche anno fa, tanto per fare un esempio, ci ha salvato dal ritorno di alcuni istituti tipici delle leggi razziali come l’espulsione dalle scuole italiane dei fanciulli figli di un Dio minore. (art. 45, lett. f. del pacchetto di sicurezza Maroni).

Quindi anche in questa vicenda dobbiamo confidare che le virtù del bicameralismo siano in grado di attivare un circuito decisionale meno asfittico e di consentire al popolo italiano di mettere becco in una questione che è di importanza vitale per la qualità della democrazia.

“Fra le questioni costituzionali non v’è n’è una tanto vitale per l’ordinamento delle garanzie pubbliche e che tocchi tanto da vicino la vita politica di tutto il popolo quanto la legge elettorale”, affermava Togliatti, intervenendo alla Camera nella discussione in corso sulla Legge Truffa, l’8 dicembre 1952. Del resto già duecento anni fa Gian Domenico Romagnosi aveva scritto che: “la teoria delle elezioni altro non è che la teoria della esistenza politica della Costituzione – e quindi che – è manifesto essere la materia delle elezioni l’oggetto più geloso che l’ordinamento dello Stato deve statuire”. Con parole più moderne potremmo dire che il sistema elettorale produce la “Costituzione materiale”, cioè determina l’ordinamento costituzionale vivente.
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PER UN PARLAMENTO COSTITUENTE A BRUXELLES

ASSEMBLEA PROMOSSA DA ECONOMIA DEMOCRATICA – SBILANCIAMOCI – COMITATI DOSSETTI PER LA COSTITUZIONE

 Roma 12 aprile 2014 ore 10,00 al Centro Congressi di Via dei Frentani 4

 EGUAGLIANZA E INCLUSIONE IN ITALIA E IN EUROPA  

     Le elezioni per il Parlamento europeo avvengono nel segno di un rovesciamento. Il sogno dell’Europa unita si sta trasformando in un incubo. In Grecia le famiglie devono scegliere se comprare la luce, il cibo o le medicine. In Italia imprenditori si suicidano perché nessuno paga i loro crediti. In Francia e in altri Paesi fondatori della Comunità europea il principale emigrante è diventato il lavoro, che va dove è più abbondante ed è meno pagato e non ha alcun diritto. L’ideale politico dell’Europa unita, che avrebbe dovuto realizzarsi col superamento degli Stati nazionali e l’instaurazione della pace, è naufragato in un arretramento della politica che ha ceduto all’economia, alla finanza e al denaro, nel frattempo diventato euro, il governo della società e la sovranità che dai popoli europei avrebbe dovuto passare al popolo dell’Europa.

In questo contesto le politiche antisociali di rigore imposte dagli organi comunitari in ossequio ai mercati finanziari stanno producendo, in gran parte dell’Unione, una recessione che pesa interamente sui ceti più deboli, provocando un aumento della povertà e della disoccupazione e una riduzione delle prestazioni dello Stato sociale. Ne risulta minato il processo di integrazione, ben prima che sul piano politico e istituzionale, nella coscienza e nel senso comune di gran parte delle popolazioni europee. L’unità del nostro continente richiede infatti lo sviluppo di un senso di appartenenza a una medesima comunità, quale solo può provenire dall’uguaglianza nei diritti, oggi smentita dalla crescente diseguaglianza tra popoli del nord e popoli del sud dell’Europa, non soltanto nei diritti sociali, garantiti ai primi e sempre meno ai secondi, ma anche nei diritti politici, essendo incomparabile il peso, ai fini del governo dell’Unione, del diritto di voto nei Paesi più ricchi e in quelli più poveri.

Proprio in questi ultimi Paesi, nei quali fu più entusiasta e pressoché unanime l’adesione all’Unione, sta perciò sviluppandosi un antieuropeismo rabbioso, che si manifesta in una crescita delle destre xenofobe e populiste, nel rifiuto dell’integrazione, nella richiesta di uscita dall’eurozona oppure, nel migliore dei casi, in una disincantata delusione. Sta così accadendo che il mercato comune e la moneta unica, che i padri costituenti dell’Europa concepirono e progettarono come fattori di unificazione, sono oggi diventati, in assenza di politiche economiche comuni e solidali, altrettanti fattori di conflitto e di divisione.

L’identità europea perciò sta cambiando natura: non più l’Europa sociale dei diritti, fino a pochi anni fa percepita in tutto il mondo come un modello di civiltà, bensì un’Europa indebolita economicamente e politicamente e in preda, di nuovo, agli egoismi nazionalistici, alle pretese egemoniche, ai populismi, ai reciproci rancori che hanno sostituito l’originario spirito unitario e impediscono ogni contributo europeo alla crescita di un vero umanesimo mondiale.

Di fronte al precipitare di questa crisi verso esiti imprevedibili e infausti, la sola alternativa, a noi, cittadini italiani e europei, appare la rifondazione costituzionale di un’Europa federale e sociale. Per questo, in vista delle prossime elezioni del Parlamento europeo, chiediamo a tutte le forze politiche che hanno a cuore il futuro dell’Unione di promuovere l’attribuzione di funzioni costituenti al nuovo Parlamento, quale Assemblea Costituente Europea.

Il compito di tale Parlamento costituente dovrebbe essere quello di dotare l’Unione di una Costituzione che, nel quadro delle garanzie nonché dei limiti e vincoli ai poteri, ben noti alla tradizione costituzionale europea, stabilisca l’eguaglianza nei diritti e nei doveri di tutti i cittadini europei, così realizzandone una vera unità politica. Si tratta da un lato di riprendere e finalmente portare a buon esito l’antica lotta per l’eguaglianza, irrinunciabile obiettivo non solo di ogni sinistra ma di ogni umanesimo, dall’altro di intraprendere la nuova lotta per l’inclusione politica economica e sociale di grandi masse di popolazione oggi emarginate, scartate, tenute fuori dal lavoro, dal godimento dei beni comuni, dai confini ideali o fisici dell’Europa e dalla stessa vita.

La Carta dovrebbe disegnare altresì le istituzioni della Comunità, interdire indebite sovranità a cominciare da quelle del denaro, della finanza e dei mercati, e stabilire una gerarchia delle norme per la quale tutta la legislazione europea e gli stessi Trattati derivino la propria legittimità dalla conformità alla Costituzione e siano soggetti al controllo di costituzionalità.

Questa è la vera, nuova, grande opportunità che si apre. Non è vero che dopo la crisi dell’euro e dopo il governo Renzi non resta che il diluvio. Dopo la transizione oggi in atto in Europa e in Italia, resta da rilanciare la Costituzione, resta da passare alla democrazia.

 LE MOTIVAZIONI DEL MANIFESTO

I firmatari di questo manifesto ritengono che solo una Costituzione approvata da un Parlamento costituente può segnare il passaggio dell’Unione Europea dall’attuale dimensione internazionale alla dimensione costituzionale: quale sistema federale generato non più da Trattati, bensì da un potere politico costituente legittimato dal voto dell’intero elettorato europeo. Solo un Parlamento dotato di poteri costituenti e ugualmente rappresentativo di tutta la popolazione europea, d’altro canto, può oggi rifondare una sicura legittimazione democratica e costituzionale dell’Unione, secondo il modello degli Stati federali: con l’attribuzione di funzioni legislative a un Parlamento eletto su liste elettorali europee; con l’istituzione di un governo federale ad esso vincolato da un rapporto di fiducia o comunque eletto anch’esso su basi europee; con una banca centrale dotata dei poteri di tutte le banche centrali, una fiscalità comune e un governo comune dell’economia.

Solo una vera Costituzione europea che garantisca l’effettiva uguaglianza di tutti i cittadini europei nei diritti di libertà e nei diritti sociali e, per altro verso, la sottrazione al mercato e l’accessibilità a tutti di beni comuni o fondamentali come l’acqua, l’aria e gli altri beni vitali, può restaurare nel senso comune il sentimento di coesione e di appartenenza all’Unione e, insieme, provocare un’inversione di rotta delle politiche economiche dell’Europa: non più le politiche di rigore che finora hanno avuto il solo effetto di accrescere la disuguaglianza e di aggravare la crisi, ma politiche di sviluppo finalizzate alla piena occupazione e alla garanzia dei diritti di tutti i cittadini europei.

È evidente che fin dai primi passi di tale processo costituente il Parlamento e i governi dovranno provvedere a correggere gli accordi le direttive e le politiche che più vistosamente sono in contrasto con il progetto di un’Europa veramente civile, mediante una drastica revisione del cosiddetto fiscal compact, la cui attuazione provocherebbe un disastroso aggravamento della crisi per tutti i popoli del sud Europa a cominciare dall’Italia, dei two pack  nonché degli altri regolamenti che tolgono ogni strumento di politica economica dalle mani degli Stati. Si dovrà inoltre – come già accenna a fare una direttiva europea sugli strumenti dei mercati finanziari – porre sotto controllo pratiche speculative estreme come quelle realizzate con gli scambi ad alta velocità, i derivati non regolamentati e le borse alternative “oscure”; occorrerà, vincendo le resistenze tedesche, conferire alla Banca Centrale Europea il ruolo di prestatore di ultima istanza dell’Unione; bisognerà introdurre l’imposta sulle transazioni finanziarie, correggere gli squilibri prodotti dai movimenti di capitale, reintrodurre la divisione tra banche commerciali e banche d’investimento, impedire la stipulazione a favore delle multinazionali del Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti e mettere in cantiere un grande piano europeo per il lavoro.

Per concepire e attuare riforme e politiche di questo tipo i tempi, nonostante le apparenze, sono favorevoli, e ciò per due circostanze concomitanti. La prima è la gravità stessa della crisi che persuade milioni di persone della necessità di un cambiamento radicale ai fini della stessa salvaguardia del mondo. La seconda è la comparsa inaspettata sulla scena di una critica drastica al capitalismo finanziario oggi dominante in Europa e nel mondo, che proviene, oltre che dagli economisti più illustri e indipendenti,  da una fonte del tutto estranea alla vecchia analisi marxista, ma a sua volta persuasa della possibilità e ineludibilità di un mutamento di sistema: è la critica formulata dal papa Francesco al dominio incontrollato del denaro che, come ha scritto anche ai signori dell’economia mondiale recentemente riuniti a Davos, è fatto “non per governare ma per servire”, è la sua  denuncia delle ideologie che si pongono a sostegno dell’assoluta autonomia dei mercati, della speculazione finanziaria e della società dell’esclusione e dello “scarto”, il suo rifiuto delle teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesca a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo, il suo invito a una rifondazione di sistema, finanziaria ed etica “che produca a sua volta una riforma economica salutare per tutti”.

Questo compito tocca naturalmente alla politica. Tenendo conto però dell’autorità della fonte da cui proviene questa istanza di cambiamento e dell’immensa platea di quanti se ne possono sentire chiamati in causa e coinvolti, si può dire che l’azione politica per un rinnovamento profondo dell’Europa e dell’ordine economico mondiale può trovare oggi, in aggiunta a quanti già in tutto il mondo hanno lottato e lottano per questi obiettivi, una ulteriore base di massa. Le elezioni europee possono essere la prima grande occasione per mettere questa possibilità alla prova.